A cura di Amundi Am
Il nostro scenario di base non prevede una vera guerra commerciale, che sarebbe dolorosa per tutti i mercati azionari. Un’escalation delle tensioni potrebbe incidere negativamente sulla catena del valore. Le aziende americane potrebbero ritrovare una certa competitività, ma ciò avrebbe un impatto negativo sui costi degli input e sui margini.
Vanno presi in considerazione tre temi globali: 1) gli attivi domestici -soprattutto i consumi non ciclici- e le società a bassa capitalizzazione, ma solo fnché durerà il ciclo e la volatilità rimarrà contenuta 2) l’accelerazione del movimento verso la qualità 3) se le cose dovessero ulteriormente peggiorare, i titoli azionari domestici più difensivi e sensibili ai tassi (utility, telecomunicazioni).
Per quanto riguarda i mercati emergenti, se la crescita del commercio mondiale dovesse rallentare in modo signifcativo, saranno le economie chiuse a risentirne di meno. In Asia privilegiamo l’India e l’Indonesia perché sono due Paesi con una buona crescita e con dei buoni fondamentali. Anche da un punto di vista settoriale è meglio investire sull’economia interna (settori dei consumi).
Partendo dal presupposto che almeno sul breve termine il conflitto commerciale interesserà principalmente gli Stati Uniti e la Cina, è meglio evitare i Paesi più esposti (Messico, Vietnam, Taiwan, Colombia, Corea e Malaysia). Difcilmente il petrolio sarà interessato dai dazi e ciò proteggerà perlomeno inizialmente i Paesi esportatori di petrolio.