di Luca Praderio
Partito il 10 aprile del 2007 l’indice Blueindex che ritrovate ogni giorno sul sito Bluerating.com è composto da un paniere di 40 tra le maggiori istituzioni finanziarie mondiali attive nel comparto del risparmio gestito e dell’investment banking, siano esse banche, assicurazioni o gruppi finanziari, il cui peso sull’indice è ponderato in base alla capitalizzazione di mercato al netto della conversione delle diverse valute in euro (e di eventuali fattori di rettifica dovuti ad operazioni sul capitale). In questo momento, ad esempio, i titoli maggiormente rappresentati con pesi rispettivamente superiori al 13% e al 10% risultano essere due colossi come l’americana Jp Morgan e l’anglo-asiatica Hsbc, seguiti a una certa distanza da Goldman Sachs, Bnp Paribas, Credit Suisse, Ubs, Allianz, Intesa Sanpaolo e Axa, con pesi tra il 6,5% e il 4% circa. Da sole le prime cinque capitalizzazioni pesano per il 42% dell’indice, mentre in coda alla classifica gli ultimi cinque gruppi (Janus Capital, Azimut, Henderson, Banca Generali e Barclays) pesano complessivamente meno dell’1% del totale dell’indice, a conferma della progressiva concentrazione in atto nel settore che sta portando ad una netta spaccatura tra pochi “supergruppi” mondiali e tante “boutique” specializzate attive su un numero limitato di mercati o di settori d’attività. Ma più che servire a capire i rapporti di forza all’interno della grande finanza mondiale, l’idea alla base dell’indice Blueindex è quella di rappresentare in modo sintetico l’andamento del settore finanziario rispetto al più generale andamento degli indici di mercato (rappresentati da un indice in grado di sintetizzare l’andamento dei maggiori listini mondiali come l’indice MSCI World Free). Proprio dal raffronto tra l’andamento dei due indici si può infatti notare come nell’ultimo anno circa (ovvero facendo partire il raffronto dal 10 febbraio 2010) le borse siano risalite mediamente di un 21%, accelerando il passo in particolare da inizio luglio 2010 a oggi (+17,4% il bilancio di questi sette mesi e mezzo), mentre il settore finanziario, più volatile, ha risentito delle alterne voci in merito alla necessità di nuove svalutazioni e successive ricapitalizzazioni oltre che della volatilità dei mercati stessi e dallo scorso agosto ha accumulato gradualmente ritardo, solo in parte recuperato a partire da dicembre, portando a casa nel complesso un guadagno del 14,8% (di cui il 12,5% guadagnato negli ultimi due mesi e mezzo). Almeno a livello di quotazioni, dunque, il settore finanziario conferma una volatilità maggiore e una superiore sensibilità alle tensioni che in questi ultimi mesi non sono mancate, dalla crisi degli emittenti sovrani periferici alle recenti tensioni politiche in Nord Africa e Medio Oriente, tensioni che elevando il premio per il rischio richiesto dagli investitori hanno finito con l’incidere sull’attività di trading non meno che la propensione a investire dei risparmiatori in tutto il mondo, pesando in qualche caso in modo netto sui bilanci delle principali società del settore. Non deve dunque sorprendere che nonostante il continuo progresso degli indici generali alcune importanti operazioni, come l’Ipo di Banca Fideuram (Intesa Sanpaolo) o la definizione del nuovo assetto di Pioneer Investments (UniCredit) restino per ora congelate, in attesa di tempi migliori e di prospettive più certe. Prospettive da cui dipendono in ultima analisi i margini di redditività di un settore che da anni sta vivendo una fase di forte crescita della concorrenza ed erosione dei profitti per gli operatori più marginali, con la crisi finanziaria del 2008-2009 che ha agito come ulteriore elemento catalizzatore per far uscire dal mercato i gruppi meno robusti ovvero favorire la nascita di nuove partnership tra i principali competitor su base continentale.