Consob, i primi due mesi di Vegas

Ha fatto il salto, ritenuto da qualcuno azzardato, dal ministero dell’economia al vertice di un’Autorità indipendente. Oggi, a due mesi dal suo insediamento a Piazza Verdi, come riporta AdnKronos, Giuseppe Vegas vuole essere giudicato per le decisioni che prende, piuttosto che per il suo passato di fido scudiero di Tremonti. Sicuramente, che sia in positivo o in negativo, il suo operato può essere letto nel segno di una discontinuità con il passato. Per ora, sui due piatti della bilancia ci sono i problemi interni, legati ad una riorganizzazione che ha causato il primo sciopero dopo oltre dieci anni di assoluta pace sindacale, e una decisione sul dossier Premafin-Groupama che è stata considerata tempestiva e coraggiosa dal mercato. La Consob non ha esentato i francesi dall’obbligo di opa per l’accordo con Premafin, sciolto venerdì scorso, che prevedeva l’ingresso nel capitale con una quota del 17% a fronte di un aumento di capitale della holding della famiglia Ligresti. In passato, in diverse occasioni, l’Autorità aveva tollerato che le società aggirassero l’ostacolo con alcuni escamotage giuridici. Vegas e i suoi commissari, trovandosi di fronte ad una modifica rilevante dell’assetto di controllo, hanno preferito un’analisi sostanziale del dossier, mettendo da parte le giustificazioni formali.

La gestione Vegas si è segnalata anche per un altro provvedimento che ha suscitato un ‘rassicurantè clamore. La Consob ha chiesto, in vista della stagione delle assemblee, più chiarezza nei compensi per i top manager, buonuscite comprese, e anche sul cambio dei vertici e sull’autovalutazione dei consigli. Sulle tre questioni «le informazioni attualmente fornite dalle società sono spesso incomplete, generiche e difficilmente comparabili», ha evidenziato l’Autorità. In particolare, sui piani di successione al vertice, materia al momento non regolata, secondo la Commissione «recenti vicende societarie» hanno mostrato come sia importante prevedere un piano strutturato anche per selezionare i migliori candidati alla successione. Altrimenti, è stato l’avvertimento della Consob, «la sostituzione di amministratori cessati potrebbe non avvenire prontamente, generando discontinuità e incertezza nella gestione aziendale, con conseguenze negative sia in termini di performance che di reputazione». Evidente il riferimento alla vicenda Unicredit e all’uscita di scena dell’amministratore delegato Alessandro Profumo. E anche l’intenzione di avviare un’operazione trasparenza che non può che giovare alla finanza italiana.

Piuttosto caldo, invece, il fronte interno. Il 10 febbraio hanno scioperato i dipendenti della Consob, come non avveniva da 14 anni, ovvero dal 1997, quando alla presidenza sedeva Enzo Berlanda. La decisione di scioperare, oltre che agli emendamenti leghisti al milleproroghe che chiedevano tra l’altro uno spostamento della sede a Milano, poi diventati lettera morta dopo l’intervento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, è stata legata dai sindacati anche ad alcuni provvedimenti varati da Vegas che avrebbero rischiato di riportare la Consob nell’alveo della pubblica amministrazione. Tra questi la modifica della pianta organica con l’introduzione della figura del segretario generale, in realtà introdotta dal predecessore Lamberto Cardia ma mai attuata, con poteri di indirizzo e veto sull’azione di vigilanza dei vari uffici. In sostanza, i sindacati hanno ritenuto che le decisioni del presidente fossero ispirate dall’esterno, ovvero dal Tesoro. E, più precisamente, da Tremonti. Quello di un legame troppo stretto con la politica, del resto, è un sospetto con cui un presidente di Consob che fino a tre mesi fa era viceministro dell’Economia deve necessariamente fare i conti.