Aumento delle aliquote, il silenzio delle sgr

Si riflette poco sul fatto che il termine “rendite finanziarie” lasci presagire la forte avversione presente nei confronti della ricchezza finanziaria, considerata non come frutto dei risparmi delle famiglie italiane, messa da parte dopo essere stata già soggetta alla tassazione sui redditi di lavoro (il risparmio infatti è il risultato del lavoro, che è già stato tassato con le elevate aliquote nella fase della sua creazione), ma come qualcosa di non meritato da parte dei detentori. La questione non è secondaria, infatti a livello politico risulta facile dirsi a favore del taglio dei benefici, ovvero dell’aumento della tassazione sulle rendite, mentre risulta più difficile affermare l’intenzione di aumentare la tassazione sugli investimenti detenuti dalle famiglie.

La ricchezza delle famiglie italiane è in primo luogo indirizzata al finanziamento delle imprese nazionali e del debito pubblico statale, a causa della presenza dell’home bias (predisposizione a utilizzare/investire in beni domestici, a scapito di quelli esteri) che rimane marcata, nonostante la crescente possibilità di investire in azioni e bond esteri. Quindi l’aumento della tassazione porta inevitabilmente ad aumentare il costo di finanziamento delle imprese italiane. Gli investitori infatti sono interessanti al rendimento netto, per questo chiederanno un maggior premio per investire in bond corporate ed azioni.

A livello politico le carenze del sistema paese Italia sono riconducibili alla pretesa di inserire, a copertura di tagli certi, entrate non lontanamente stimabili (tassazione delle rendite), in quanto derivanti dall’andamento dei mercati finanziari, per definizioni non prevedibili. Inoltre l’incremento delle aliquote porterà all’ulteriore rafforzamento di un sistema già distorto, che non ha eguali nei paesi sviluppati, con un sistema di imposizione differita per strumento finanziario, ovvero 12,5% per i titoli di stato dei paesi white list e 26% per le altre attività finanziarie.
A livello operativo tale normativa comporta notevoli problemi agli intermediari e di scelte di allocazione agli investitori. Questi infatti si trovano ad effettuare analisi di investimento sulla base di rendimenti effettivi distorti dalla tassazione ed in prodotti del risparmio gestito nei quali non sono in grado di sapere, al momento dell’investimento, quale sarà l’effettiva aliquota al quale saranno soggetti. Tale aliquota infatti viene definita sulla base della percentuale di titoli di stato detenuta dal fondo nel corso dei precedenti due semestri, sull’errata assunzione che i titoli di stato abbiano contribuito, in maniera proporzionale, ai guadagni del fondo. 

Il silenzio delle società di gestione ha fatto emergere nuovamente l’importanza di avere un’industria nazione indipendente ed autorevole, in grado di rappresentare un valido interlocutore istituzionale. Nel mercato italiano del risparmio gestito si è passati, in pochi anni, da una minima presenza di operatori esteri ad avere società internazionali come principali operatori. Per questi gruppi l’importanza dell’Italia risulta essere, nella maggior parte dei casi, secondaria e la succursale o l’ufficio di rappresentanza italiano offre la funzione di supporto alla vendita, senza l’obiettivo di rappresentare un valido interlocutore della classe politica né esercitare un peso nell’opinione pubblica. A riguardo si evidenzia che nessuna delle società di gestione estera interpellate per questo articolo ha voluto esprimersi sul tema dell’aumento della tassazione.

In un contesto economico nel quale il vantaggio economico è rappresentato dalla capacità di attirare capitali l’Italia mina nuovamente il clima di fiducia degli investitori, non incentivandoli a riportare i capitali in Italia, ma addirittura a portarli all’estero. La ricchezza finanziaria, a differenza degli immobili, risulta infatti facilmente trasferibile e sono molte le giurisdizioni interessati ad accaparrarsi l’ingente ricchezza detenuta dalle famiglie italiane. Non è vero inoltre che l’aumento dell’aliquota allineerebbe l’Italia alle media europea. A riguardo ultimamente si prende come esempio le aliquote presenti in Francia e Germania, stati che offrono ai propri cittadini un livello di servizi (istruzione, sanità, aiuti alle famiglie, sgravi alle imprese) non lontanamente comparabile con quelli in Italia. Inoltre in Francia e Regno Unito sono presenti sgravi fiscali per investimenti detenuti nel medio termine, rispettivamente attraverso i cosiddetti Plan d’Epargne en Actions ed gli Individual Savings Accounts.

Analizzando il saggio d’imposizione implicito sul capitale (ovvero le entrate fiscali), sulla base dei dati pubblicati dal documento Eurostat “Taxation trend in the European Union”, relativo al 2011, emerge che i risparmiatori italiani sono già da tempo tra i più tassati in Europa, preceduti solo da Norvegia, Francia e Regno Unito. A questo si aggiunge che negli ultimi due anni in Italia il livello impositivo è aumentato a seguito dell’introduzione dell’imposta di bollo sul dossier titoli (pari allo 0,2% del totale degli investimenti, anche quelli allocati in titoli di stato, che offrono ormai tassi a breve che non incentivano l’investimento, a fronte dell’imposta di bollo) e della tobin tax, un completo insuccesso per la confusione creata ed il limitato gettito fiscale generato.

La storia ci insegna che nei paesi nei quali sono venuti meno gli incentivi a risparmiare il processo di crescita non si è più verificato nel futuro. A fronte del silenzio dell’industria fondi, non in grado di prendere posizione, ai risparmiatori non resta che sperare che i partiti di governo riflettano su vantaggi e svantaggi dell’incremento dell’aliquota, in attesa delle consuete prossime proposte di patrimoniale, quando il governo scoprirà che le entrate stimate sono inferiori alle attese.