L’accordo tra governo e sindacati sulle pensioni, contiene un’incognita, scrive Repubblica.it. Un nodo non sciolto che ha rischiato di far deragliare l’intera trattativa: a chi garantire un’Ape gratuita. L’anticipo pensionistico di tre anni e sette mesi rispetto ai requisiti di legge – la possibilità di andare in pensione a 63 anni anziché 66 e 7 mesi per i nati tra il 1952 e il 1954 – è comunque costoso. Per quattro motivi:
– Primo: se esci prima, versi meno contributi.
– Secondo: il coefficiente di trasformazione (il numero che trasforma i contributi in pensione) si abbassa, perché inversamente proporzionale alla speranza di vita (si esce prima, si vive di più, la pensione cala).
– Terzo: la banca che anticipa il prestito (tramite Inps) deve essere remunerata con un interesse.
– Quarto: il prestito è coperto da un’assicurazione in caso di premorienza (gli eredi così non devono temere), ma il premio costa.
A parte i lavoratori che le aziende mettono fuori per ristrutturazioni o riorganizzazioni (accollandosi però anche il costo dell’Ape) e quelli che rientrano nell’Ape sociale, tutti gli altri – la stragrande maggioranza dei 350 mila potenziali italiani interessati all’Anticipo pensionistico – dovrà pagare di tasca propria la possibilità di ritirarsi sino a tre anni prima. Quanto? Secondo alcune simulazioni, come quelle di Progetica, anche un quarto del futuro assegno previdenziale (quello che si incassa dal compimento dei 66 anni e 7 mesi, il requisito di legge per andare in pensione). Con una postilla non da poco: la metà della futura rata andrà a ripagare banche e assicurazioni, dunque il sistema finanziario che di fatto rende fattibile l’intera operazione, altrimenti impossibile alla nostra finanza pubblica.