4 domande (e 4 risposte) di buon senso su Mps e le banche italiane

tratto da MoneyReport, a cura di Roberta Rossi Gaziano*
1 – Perché le banche italiane in Borsa scendono a precipizio e da inizio anno sono arrivate a perdere il 58% del proprio valore, quando le banche in Europa sono scese “solo” del 38%?
Gli investitori da diversi mesi hanno iniziato a prendere le misure a tutto il comparto bancario e non solo a quello italiano. L’idea diffusa è che questo settore non vedrà più i profitti del passato e dovrà attraversare una forte fase di ristrutturazione e di tagli, complice anche la tecnologia (l’avvento del cosiddetto fintech) e l’emergere di nuovi concorrenti. In ambito europeo le banche italiane sono secondo il mercato quelle messe peggio. Nei loro bilanci ci sono molti crediti deteriorati, ovvero prestiti non restituiti da famiglie e imprese, per effetto dell’onda lunga della crisi economica e di criteri di erogazione del credito spesso  clientelari. Per dare una misura di questi crediti deteriorati chiamati NPL (NPL = Non performing loans),  l’NPL ratio, ovvero il rapporto fra i crediti “marci” rispetto al totale dei crediti, è per l’Italia del 16,7% rispetto al 5,6% della media europea.
2 – Come fa una banca a valere in Borsa meno di un decimo del proprio patrimonio come nel caso di MPS? Dai bilanci delle banche  banche non si dovrebbe capire com’è la situazione? Sul bilancio di Monte dei Paschi di Siena per esempio è indicato che il patrimonio netto dell’istituto è di 10 milardi di euro. Eppure la banca è crollata e vale attualmente circa 777  milioni di euro. Chi ha ragione?
Nei bilanci bancari non c’è scritta la verità assoluta. Si fanno delle stime su alcune voci come per il valore dei crediti in sofferenza. Non è possibile stabilire in modo scientifico quale sarà il valore che verrà recuperato. Se a fronte di un finanziamento era stata messa un’ipoteca su una casa o un capannone, bisognerà vedere fra X anni quanto varrà quell’immobile e se si troverà un compratore. Alcuni crediti poi sono stati erogati senza adeguate garanzie per ragioni politiche o clientelari o il debitore ha fatto in modo di risultare nullatenente. Quindi tornando alla domanda iniziale se il mercato valuta MPS meno di un decimo del proprio patrimonio, evidentemente non crede che queste stime abbiano un gran valore.
3 – Ma chi ha i soldi in banche come MPS rischia grosso? Chi rischia di più?
MPS non è Banca Etruria e un’eventuale risoluzione sarebbe un terremoto per tutto il sistema bancario ed economico nazionale e non solo. La banca dovrà essere ricapitalizzata. Puo’ fare un aumento di capitale ma deve trovare chi lo sottoscrive. I privati? Difficile dopo la batosta patita sulle azioni in questi anni e tutti i soldi che hanno bruciato. Il fondo Atlante? E’ attualmente a corto di munizioni dopo aver sottoscritto già i due aumenti di capitale delle popolari venete e necessita di una nuova ricapitalizzazione. Lo Stato? Potrebbe farlo con le attuali regole europee sul bail in solo se la banca fosse a rischio dissesto e avesse azzerato il suo capitale. Ma prima che lo Stato possa ricapitalizzare la banca, la normativa sul bail in prevede che chi ha messo soldi nella banca possa essere chiamato (secondo un ordine preciso) a contribuire al salvataggio fino a che l’8% del totale delle passività della banca non venga azzerato.  Nel caso di Mps, l’8% del totale delle passività è meno di 14 miliardi. Ci andrebbero di mezzo decine di migliaia di obbligazionisti. Per non parlare dei costi per lo Stato di una ricapitalizzazione di tale entità. E dei rischi: probabilmente il giorno dopo molti correntisti sposterebbero la liquidità altrove. Quindi il governo pagherebbe carissima la ricapitalizzazione di una banca con i clienti che nel frattempo sono scappati.
Le ultime notizie dicono che si sta tentando un’iniezione soldi pubblici attaccandosi a un articolo, il 32 della  direttiva del 2014 sul bail in, che esclude dalla condizione di dissesto o di rischio dissesto, le banche che ottengono forme di garanzia o anche capitali pubblici quando questo passaggio è giustificato dall’obiettivo di «evitare o rimediare a una grave perturbazione dell’economia di uno Stato membro» oppure da quello più generale di «preservare la stabilità finanziaria». Questa impostazione non piace però ai “duri e puri” di Bruxelles e Francoforte (come il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem)  che sostengono che potrebbe anche andare bene questa soluzione, ma a patto di far pagare il conto anche agli azionisti e agli obbligazionisti subordinati, secondo il principio prima spiegato della “burden sharing”. Chi ha in mano titoli rischiosi deve pagare e non si devono fare eccezioni altrimenti passa il concetto che paga sempre Pantalone.
4 – Ma perché i mercati e la BCE se la prendono tanto con le banche italiane e non guardano per esempio quelle tedesche come Deutsche Bank che sono zeppe di derivati e rappresentano un pericolo ancora maggiore?
Lungi da noi voler prendere le difese della banca tedesca di cui già da molti anni abbiamo scritto della sua leva eccessiva (25 volte) come della presenza di titoli tossici in portafoglio in quantità “monstre”. Il gruppo tedesco ha infatti emesso derivati per 75 mila miliardi di euro, 20 volte il Pil tedesco. Ma sostenere che i bilanci delle banche italiane non sono un problema e dire che la colpa o la madre di tutte le ingiustizie sono i tedeschi, non regge molto come posizione. E’ come il bambino che a scuola non è preparato e alla maestra che lo vuole interrogare segnala che è il suo compagno di banco che deve esaminare. Fuor di battuta è vero che che esistono delle incongruenze nelle valutazioni dei criteri di solidità delle banche e nella costruzione dell’indicatore CET (il parametro che misura la solidità di una banca ) che compara il patrimonio di ciascuna banca con l’attivo ponderato per il rischio. E che i titoli tossici, ovvero strumenti finanziari a cui non si riesce a dare un prezzo, sono potenzialmente molto pericolosi e possono rappresentare un vero buco nero. E con le attuali normative si è consentito anche qui che siano le stesse banche a decidere, attraverso dei modelli interni e con ampio margine di discrezionalità, quale valore attribuire a questi titoli. E questi titoli sono presenti soprattutto nei bilanci delle banche tedesche o francesi, mentre in Italia questo problema è molto più contenuto. Ma quando sono state fatte le regole per stabilire i criteri di valutazione sulla solidità degli istituti di credito, i banchieri italiani non hanno fatto saltare il tavolo e hanno accettato delle regole che si stanno dimostrando molto favorevoli per alcuni Paesi e sfavorevoli per il sistema bancario italiano. Chi è causa del suo male, pianga se stesso. O come ha ben sintetizzato il Wall Street Journal in un articolo dedicato alla crisi bancaria italiana “L’Italia affronta una crisi bancaria acuta , e ancora una volta la classe politica del paese è concentrata sull’attribuire a qualcun altro la colpa …”-
*responsabile consulenza personalizzata SoldiExpert SCF
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