Fondi pensione – Dall'Aiaf un basta alla discriminazione

Il dibattito sulla previdenza complementare è tra i più interessanti in Italia. Vuoi per la tradizione dei risparmiatori, tipicamente avversa a questo modello, vuoi perché, bene o male, ci trova tutti coinvolti. Ad arricchire la questione si ultimamente sviluppata anche la tematica legata ai piani di accumulo destinati al pubblico femminile, in virtù delle differenti specifiche previdenziali che caratterizzano la categoria.

In relazione a tutto ciò l’AIAF  (Associazione Italiana degli Analisti Finanziari) e il Consiglio Nazionale degli Attuari, nel corso di una tavola rotonda dal titolo Donne e Previdenza: focus sui coefficienti di trasformazione del capitale di rendita, hanno affrontato le principali tematiche relative al rapporto tra il nuovo modello di previdenza e il mondo femminile, mettendo in luce i diversi aspetti dell’evoluzione del sistema previdenziale nel nostro Paese e sottolineando la necessità del raggiungimento di un livello di parità contributiva tra donne e uomini.

La riforma del TFR, passato dal ruolo di ammortizzatore sociale a quello di integratore previdenziale, unita alla progressiva parificazione dell’età pensionistica tra uomini e donne, portano con sé diversi nodi sui quali è fondamentale fare chiarezza. La proposta dell’AIAF è quella di applicare per il calcolo delle pensioni un modello attuariale basato su una tabella unica di trasformazione, utilizzando una base statistica della popolazione complessiva. Al momento, nella previdenza integrativa viene invece applicato il principio di mutualità utilizzato per le assicurazioni private, che opera una
distinzione tra uomini e donne.

Le assicurazioni private si basano abitualmente su modelli che rilevano le prospettive di vita dei soggetti assicurati e calcolano di conseguenza i premi. Questi modelli attuariali riguardano individui dello stesso sesso ed età, che condividono il medesimo livello di rischio. Considerando che, secondo l’ISTAT, le donne hanno una aspettativa di vita di circa 5 anni superiore a quella degli uomini, l’applicazione di questi modelli porta inevitabilmente a una pensione sostanzialmente più bassa per le donne. La presenza femminile nella vita professionale oggi è già di per sé abbastanza frammentata con una uscita delle donne dalla vita lavorativa ancora frequente dopo la maternità, per la mancanza di sostegno economico e strutturale alle lavoratrici che decidono di avere figli e che spesso non riescono a conciliare la vita familiare con quella professionale. Inoltre, buona parte delle donne che non abbandonano del tutto il proprio lavoro optano per soluzioni part time o a tempo determinato. Tutto ciò ha inevitabili
influenze sul capitale accantonato ai fini pensionistici.

Secondo l’AIAF calcolare un vitalizio pensionistico già impostato su contributi nettamente inferiori e basato su una prospettiva di vita mediamente più lunga di 5 anni rispetto a quella degli uomini rappresenta una oggettiva discriminazione istituzionalizzata. Va da sé che riconoscendo questo diritto all’uguaglianza di trattamento si potrebbe anche intervenire con maggiore coerenza nel processo di allineamento riguardo all’età pensionabile tra uomini e donne. Sembra esserci infatti sempre maggiore interesse anche da parte del mondo femminile al prolungamento dell’età pensionabile. Tuttavia il prolungamento dell’età pensionabile, visto come un allineamento nei diritti fra i due sessi, non rappresenterebbe, secondo l’AIAF, un’ulteriore penalizzazione solo ed esclusivamente se il trattamento fra uomini e donne fosse identico per tutto il corso della vita lavorativa e successivamente a livello pensionistico.