Asia, la forza è nei Paesi satelliti

Il continente asiatico, dal punto di vista economico, viene spesso raffigurato solamente da India e Cina che rappresentano un punto di forza per la crescita economica globale e un riferimento per tutti i Paesi satellite. Le statistiche economiche del Fondo monetario internazionale parlano ormai di India e Cina come due economie non più emergenti, che a distanza di pochi anni raggiungeranno dimensioni di crescita lorda eccezionali e che saranno in grado di basare gli equilibri della crescita globale sulla propensione al consumo delle “loro” famiglie locali. La crescita del continente asiatico trae origine però anche dalla forza lavoro di economie che nel corso degli anni hanno notevolmente migliorato i propri fondamentali da un punto di vista di stabilità politica, economica e finanziaria, tanto da cominciare ad attirare l’interesse degli investitori globali. Parliamo di Paesi che sono satelliti dei “big” ma che conservano tutta la loro importanza strategica nel commercio internazionale.

Sud Corea, Thailandia, Malaysia, Filippine e Indonesia sono oggi una forza economica non più trascurabile come qualche anno fa. In particolare, l’Indonesia è un ottimo esempio di ristrutturazione economica avvenuta dopo la seconda guerra mondiale ed è tra gli Stati che, da punto di vista demografico, rappresenta un potenziale di crescita molto significativo. L’economia indonesiana, in termini di peso sul PIL, poggia essenzialmente sui comparti dei servizi e dell’industria e in misura minore sull’agricoltura, nonostante quasi metà della forza lavoro sia dedita al settore primario. Ad oggi, in base alle ultime statistiche rilevabili da Bloomberg, l’Indonesia cresce a un ritmo del 6,5% annuo grazie soprattutto alla spinta dei consumi privati e delle esportazioni. Da un punto di vista macroeconomico, l’inflazione ha sempre rappresentato un problema di non poco conto per la popolazione locale, ma anche in questo ambito i vari Governi che si sono susseguiti nel corso degli ultimi 20 anni hanno saputo riformare attentamente il settore agricolo (attraverso un’efficace gestione delle scorte alimentari), energetico (mediante una gestione oculata delle esportazioni dell’olio di palma, del petrolio e di altri derivati) e dei trasporti.

Oggi i prezzi al consumo (modalità core, ossia al netto di prezzi alimentari ed energetici) viaggiano ad un ritmo del 4%, in rallentamento rispetto ai picchi del 6% registrati pochi trimestri fa che hanno tenuto alta l’attenzione della banca centrale, sempre molto reattiva sul controllo dei prezzi. È del 18 gennaio la notizia dell’upgrade (da high yield ad investment grade) operato da Moody’s sul debito sovrano (sia in valuta locale che estera) per rispecchiare i buoni fondamentali del Paese. Il primo grafico sulla sinistra evidenzia il sistema di equilibrio raggiunto dalle autorità finanziarie indonesiane, con rendimenti dei titoli di stato decennali, tassi di sconto e inflazione che convergono su medesimi livelli. In questo momento, quindi, l’Indonesia è considerata investment grade con tutti i risvolti positivi che ne possono seguire: come ad esempio l’ingresso del suo debito all’interno dei principali indici obbligazionari emergenti che apre le porte del mercato locale agli investitori internazionali.

L’upgrade deriva anche da una gestione prudente del budget fiscale che ha tenuto il deficit su livelli molto bassi ed anche da una posizione salutare della bilancia dei pagamenti. Nella nostra view, il corrente profilo macroeconomico è robusto e solido ancorché con tratti di vulnerabilità dati soprattutto dall’instabilità dei mercati finanziari. Si tratta di un mercato dove la presenza di capitali esteri è davvero imponente e periodi di avversione al rischio possono essere negativi per il Paese che si troverebbe spiazzato dal rimpatrio dei capitali considerando anche la non ottimale liquidità dei mercati locali (nei casi eccezionali interviene la banca centrale calmierando la volatilità della propria valuta mediante l’utilizzo di riserve oppure mediante veri e propri riacquisti di titoli quotati sul mercato locale, come dopo le forti vendite di settembre). L’Indonesia è uno dei pochi Paesi dell’area che ha saputo migliorare l’appetibilità verso l’estero, con un rapporto di investimenti fissi su pil passato dal 20% di alcuni anni fa all’attuale 30%. Basti pensare alle recenti riforme sulle terre che consentiranno al paese di pianificare un ciclo di investimenti in infrastrutture. Il nodo principale rimane sempre il controllo dell’inflazione: riteniamo che questo meritato e atteso upgrade possa certamente spingere la dinamica dei flussi positivi di portafoglio, che di conseguenza stabilizzerebbero la rupia indonesiana, anche se tendenzialmente una maggiore quantità di moneta sul mercato porterebbe a un incremento dei prezzi.

Ad oggi (gennaio 2012) il livello dei tassi ufficiali è del 6%, sotto i massimi stagionali del 6,75% raggiunti nel corso della metà del 2011, ma con potenziali rischi di taglio per questi primi tre mesi del nuovo anno dovuti essenzialmente alla debolezza della crescita globale. Da un punto di vista di un piccolo investitore che volesse accedere al mercato azionario indonesiano, in Italia esistono sia soluzioni a gestione attiva che passiva. A livello di composizione settoriale, l’indice sottostante l’etf quotato e autorizzato in Italia è concentrato per un 30% nel settore bancario/finanziario, per un 25% sulla produzione di beni (sia voluttuari che di prima necessità) un 10% sull’energia e sul settore delle telecomunicazioni e un 9% sul settore dei materiali. Su un periodo di sette anni, trattando serie storiche weekly, con una semplice analisi di regressione lineare troviamo un Beta per il mercato indonesiano di 0.6 che rispetto ad altri paesi (come ad esempio il Kospi sud coreano a livello 0.7, o la Borsa malesiana su livelli di 0.85) può essere considerato statisticamente più difensivo rispetto all’indice Msci Emerging Markets.

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