Jp Morgan am: cosa sanno gli investitori obbligazionari che noi ignoriamo?

Nei mercati finanziari si stanno verificando fenomeni strani e a tratti allarmanti. Innanzitutto, segnalano gli analisti di J.P. Morgan Asset Management nel loro ultimo report settimanale, “negli ultimi tempi i movimenti dei mercati azionari e obbligazionari sembrano aver perso ogni correlazione. Mentre i rendimenti dei Treasury decennali sono in calo sin dall’inizio del 2010, l’S&P 500 ha continuato a guadagnare terreno.

Più di recente tra i due mercati si è aperto uno iato, dovuto al fatto che gli investitori obbligazionari prevedono l’approssimarsi di gravi pericoli, di cui gli operatori dei mercati azionari sembrano invece essere del tutto ignari. In secondo luogo, la settimana scorsa la correlazione tra rendimenti azionari e obbligazionari globali si è riportata in territorio negativo toccando quota -0,81, il livello più negativo dal terzo trimestre del 2010 (prima della manovra di QE2) e quarto trimestre del 2011 (all’annuncio dell’operazione Twist). Le stesse serie di dati fanno parte anche del nostro indicatore di deflazione/inflazione (presentato nel numero della settimana scorsa), anch’esso rientrato in territorio deflazionistico. In terzo luogo, la struttura della curva dei rendimenti statunitensi è ad estremi pluriennali con il rendimento a termine del titolo a 10 anni ai minimi dalla fine del 2008 (cfr. il grafico della settimana).

La spiegazione più innocua è che le massicce operazioni d’acquisto della Fed hanno ridotto gli strumenti di investimento sicuri nel mercato dei Treasury mentre esiste un eccesso di domanda dovuto alle attività di assetliability matching dei grandi fondi pensione. L’altra spiegazione, più preoccupante, sta nel fatto che le serie sono tornate ai livelli delle fasi più buie della crisi finanziaria, il che significa che i mercati obbligazionari stanno scontando un quadro economico a dir poco disastroso per i prossimi dieci anni”. 

La Fed sta per dare ossigeno ai mercati.

“Riteniamo probabile (anche se non certo) che alla riunione del 20 giugno del Fomc, il Comitato per le operazioni di mercato aperto, la Federal Reserve annuncerà nuove misure di allentamento. Forse quello che ci ha convinto sono stati gli ultimi commenti di Janet Yellen a sostegno di nuovi interventi di politica monetaria. Infatti, osserva la Yellen, i dati occupazionali di maggio mostrano che la crescita dell’economia è insufficiente a moderare il tasso di disoccupazione, al momento tre punti percentuali sopra le medie pre-recessionistiche. Inoltre, ha aggiunto, nel complesso la bilancia dei rischi pende verso un rallentamento della crescita, e dei due strumenti a disposizione della Fed, la comunicazione e l’espansione del bilancio, il primo è ormai già stato utilizzato – e i vantaggi generati dal garantire il prolungamento del periodo di tassi bassi sino alla fine del 2015 piuttosto che alla fine del 2014 sono limitati.

Sebbene secondo alcuni studi accademici le politiche non convenzionali della Fed abbiano nel complesso ridotto i rendimenti del titolo decennale di 60 punti base, presto il premio a termine smetterà di ridursi se non verranno annunciate nuove misure di allentamento, dato che la sua evoluzione dipende sia dagli asset correnti che stimati futuri della Fed. Le fini delle precedenti manovre di allentamento quantitativo sono in pratica state delle strette monetarie, e la fine della QE2 è stata paragonata a un incremento di 30 punti base del tasso sui Fed Funds. Gli ultimi dati occupazionali usciti in coincidenza con la fine dell’operazione Twist danno quindi alle “colombe” del Fomc la scusa ideale per estenderla o introdurne una qualche variante (che potrebbe coinvolgere anche operazioni di pronti contro termine o titoli Mbs). Come dice Janet Yellen, la giustificazione addotta sarà il desiderio di proteggersi contro eventuali rischi di rallentamento della crescita piuttosto che un’effettiva revisione delle stime”. 

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