Giacomo Calef, Country manager di NS Partners
La politica monetaria accomodante della Fed degli ultimi anni (prima del 2022 e della guerra) ha guidato il mercato immobiliare verso l’alto. Le case negli Stati Uniti hanno visto il loro valore raggiungere prezzi record nel 2021. Il costo medio di un immobile è salito da meno di 400 mila dollari del 2019 ad oltre 540 mila dollari nel 2022.
Cosa sta succedendo ora?
Adesso la situazione sta cambiando; a causa dell’inflazione, i tassi di interesse hanno ripreso la veloce risalita e le banche hanno applicato politiche restrittive sui mutui, che nel frattempo arrivati ai livelli della crisi finanziaria del 2008. Come si osserva dall’immagine, l’aumento dei tassi da parte della Fed (in rosso) ha fatto a sua volta incrementare il costo del denaro, ovvero i mutui a lungo termine (in blu) che si fanno per acquistare una casa. In merito ai mutui americani in essere, se da un lato è vero che la maggior parte è a tasso fisso (quindi non penalizzati dall’impennata degli interessi), dall’altro è bene sottolineare che negli Stati Uniti i tassi variano al variare del FICO score. Il FICO (Fair Isaac Corporation) score è un rating che va da 300 a 850 punti in base alla storia degli ultimi sette anni del debitore. Un punteggio da 650 punti in su descrive un buon debitore, mentre sotto si entra nella categoria subprime. Ovviamente nelle fasi di crisi economica i punteggi tendono a scendere. La discesa del rating medio dei crediti preesistenti porta a una stretta creditizia e, conseguentemente, alla contrazione della domanda immobiliare.
Inoltre, l’indice S&P/Case-Shiller U.S. National Home Price (esso misura la variazione del valore delle case americane) era arrivato ad un livello record (a febbraio 2022). Adesso si sta verificando un’inversione dell’indice che secondo alcuni analisti potrebbe essere l’inizio di una caduta generale dei prezzi. Se si osservano gli ultimi 12 mesi, tutto il settore immobiliare sta soffrendo molto, perdendo circa il 25%. Un segnale d’allarme sui mercati finanziari è stato dato anche da uno dei colossi Usa del Real Estate, fermando addirittura i prelievi da uno dei suoi fondi. Adesso gli analisti si aspettano che la Fed continuerà ad alzare i tassi, con ulteriori difficoltà per il settore del Real Estate. Tuttavia, l’ormai auspicabile rallentamento dei tassi potrà provocare, successivamente, anche una possibile ripresa del settore immobiliare. Si consideri che attualmente negli Stati Uniti i future sui Fed Funds e il consenso indicano che il punto di arrivo dei tassi USA sarà intorno al 5%, ma potremmo ritrovarci con tassi anche oltre questo livello.
L’energia nucleare è il futuro?
L’energia nucleare è attualmente uno dei principali temi al centro dei dibattiti politici per favorire la transizione energetica. Grazie al nucleare infatti si potrebbe risolvere, negli anni, il problema di trovare fonti rinnovabili alternative al gas metano, nonché la necessità di rendere i Paesi e l’Unione europea indipendenti energeticamente. L’Unione Europea ad esempio, lo scorso luglio, ha inserito il nucleare nella “tassonomia” green, cioè nella lista degli investimenti che possono essere considerati sostenibili nella fase di transizione all’energia pulita. Ma l’Europa non è la sola a riconoscere l’importanza del settore. Per esempio la Cina, entro il 2060, prevede di aumentare la produzione di energia nucleare del 350% circa. Ciò significa che dovrebbero essere costruiti quasi 200 nuovi reattori. Anche l’India ha piani aggressivi sul nucleare. La Cina e l’India hanno una popolazione combinata di oltre 2,5 miliardi di persone, il che significa che il potenziale della domanda in quei mercati è molto elevato. Inoltre, secondo l’analisi condotta dalla World Nuclear Association, a causa di una domanda globale di elettricità in continua ascesa, la conseguente domanda di uranio (materia prima fondamentale per la scissione nucleare) dovrebbe aumentare del 27% e l’attuale capacità delle centrali nucleari aumenterà di circa il 16% in tutto il mondo. Nel 2021 i reattori nucleari in tutto il mondo hanno richiesto circa 62500 ton di uranio, nel 2030 si stimano circa 79400 ton di uranio.
Produrre energia dalla fissione nucleare comporta molti benefici. La fissione nucleare, infatti, non produce né CO2 né altri inquinanti atmosferici; inoltre permette di produrre grandi quantità di energia occupando una porzione di suolo relativamente contenuta. Un altro vantaggio consiste nell’utilizzo dell’uranio; quest’ultimo viene estratto in aree del mondo politicamente stabili, come l’Australia e il Canada. Tuttavia, oltre ai benefici, non vanno trascurati anche i difetti dell’energia prodotta dalla fissione nucleare. Infatti, il capitale iniziale richiesto per la realizzazione di un nuovo impianto è molto alto, come è elevato il tempo di costruzione (7 anni circa). Inoltre, vi sono problemi legati anche allo stoccaggio delle scorie radioattive e ai conseguenti possibili disastri ambientali. In conclusione, la transizione energetica dei prossimi anni passa per un dibattito strutturato sul nucleare. Gli ambiziosi obiettivi di decarbonizzazione e di riduzione di CO2 implicano forti investimenti nelle energie rinnovabili. Lo stesso Bill Gates ha deciso di investire 4 miliardi di dollari in TerraPower, società da lui fondata, per la realizzazione di un nuovo reattore nucleare entro il 2028. A dispetto delle divisioni che questo tema inevitabilmente genera, investire nelle aziende del settore dell’energia nucleare rappresenta dunque un’opzione da valutare con attenzione.