“Come posizionarsi? Prima di tutto, non bisogna reagire in modo eccessivo! Mantenete i vostri obiettivi d’investimento a medio-lungo termine, poiché la storia ci insegna che i cambiamenti improvvisi del profilo di rischio, soprattutto in periodi di turbolenza, possono essere dannosi per il patrimonio nel corso del tempo”. L’avvertimento arriva da Fabrizio Quirighetti, Cio di Decalia, che di seguito illustra nei particolari la view.
Intanto, manteniamo un atteggiamento tattico prudente (leggero sottopeso) sia sulle azioni che sulle obbligazioni, tenendo conto dei tassi reali positivi, dell’aumento dei premi per il rischio e l’inflazione, delle incertezze geopolitiche, nonché dell’appeal relativo della liquidità grazie al suo rendimento e alla sua caratteristica intrinseca di elevata liquidità.
Manteniamo quindi una posizione di leggero sottopeso sulle azioni globali, adottando un approccio bilanciato multi-stile su tutti i terreni, attraverso un’allocazione ben diversificata in termini di allocazione geografica e settoriale, considerata la dispersione ancora estremamente ampia dei risultati macro. Questo mese abbiamo comunque affinato le nostre preferenze settoriali e fattoriali. In particolare, mentre abbiamo adottato una posizione più cauta sulle banche alla luce delle recenti incertezze, siamo diventati più costruttivi sul settore tecnologico, di alta qualità ma ancora poco amato. Infine, sottolineiamo la nostra attuale preferenza per le large cap più sicure.
Per quanto riguarda il reddito fisso, continuiamo a privilegiare gli strumenti di liquidità (rispetto alle obbligazioni) e la parte corta della curva a livello globale, data l’attuale forma invertita della curva dei rendimenti. Per quanto riguarda la duration, la aumentiamo comunque fino alla fascia superiore del nostro target di 3-5 anni, portando i Treasury USA in sovrappeso. Preferiamo la duration dei titoli di Stato USA rispetto a quella di altri titoli sovrani, in quanto si dimostreranno il miglior rifugio sicuro se la crescita nominale dovesse diminuire e la Fed dovesse ammiccare (tassi USA più alti, BCE ancora indietro rispetto alla curva, inflazione dell’EuroZona più strutturale, forte offerta di debito netto dell’EuroZona quest’anno).
Infine, abbiamo declassato gli HY a underweight (“sottopesati”), in quanto preferiamo il reddito fisso di alta qualità, dato che il sostegno alla liquidità è stato rimosso e la crescita sta rallentando.
Rimaniamo comunque a nostro agio con le società IG, soprattutto nella parte corta della curva EUR (1-5 anni), poiché le valutazioni rimangono più convenienti rispetto agli Stati Uniti e le società sono solitamente meno indebitate o più diversificate in termini di esposizione geografica delle vendite e dei finanziamenti. In altre parole, analogamente alle azioni, puntiamo sulla qualità e sulle “large cap” all’interno delle obbligazioni per limitare l’esposizione agli emittenti più fragili, che saranno i primi a risentire del deterioramento delle condizioni finanziarie e delle prospettive di crescita.
Per il resto, manteniamo il nostro leggero sottopeso tattico su oro e altri materie prime. Il potenziale di rialzo del metallo prezioso è limitato dalla volontà della Fed di ripristinare la sua credibilità in materia di controllo dell’inflazione, mentre il suo effetto diversificante è sempre più messo in discussione da un’alternativa più semplice, meno volatile e con maggiori rendimenti… ovvero i contanti. Potremmo anche diventare più costruttivi sull’oro in futuro (e più ribassisti sul biglietto verde) nel caso in cui la Fed tagliasse i tassi prima e in modo più aggressivo di quanto si pensi. Infine, per quanto riguarda le valute, non prevediamo una trend significativo per il dollaro USA nei prossimi mesi, finché rimarremo in questo scenario di crescita globale bassa ma positiva, senza divergenze significative nelle tendenze della politica monetaria.
Tuttavia, alla luce di quanto detto in precedenza, manteniamo un leggero sottopeso sul dollaro USA, che potrebbe beneficiare di un effetto di fuga verso la qualità rispetto all’euro se le tensioni bancarie si trasformassero in una crisi finanziaria più grave (non è la nostra ipotesi di massima), ma potrebbe anche deprezzarsi un po’ d’ora in poi, dato che le prospettive di crescita e di mercato sono probabilmente migliori altrove, mentre la Fed è ormai vicina al picco dei tassi. In questo difficile contesto, il franco svizzero rimane la nostra valuta preferita, sostenuta da fondamentali strutturali ancora solidi, da un’inflazione più contenuta e da una crescita resistente. Anche in questo caso, la qualità e le caratteristiche difensive sono fondamentali.