Politica monetaria deve cambiare
La politica monetaria è pronta per un cambio di paradigma, secondo Salman Ahmed, Chief investment strategist di Lombard Odier Investment Management. Le banche centrali dei mercati sviluppati secondo l’esperto stanno sottovalutando l’impatto che potrebbe avere il populismo qualora la politica monetaria non tenga conto, velocemente, delle disuguaglianze di reddito. Nonostante tre decenni di crescita globale senza precedenti, infatti, la crescente presa di coscienza in merito alle disuguaglianze sta ridisegnando il panorama economico e degli investimenti.
Disuguaglianze cresciute negli ultimi 35 anni
Negli ultimi 35 anni, i ricchi di quasi tutto il mondo hanno incrementato i propri patrimoni ma, in generale, né la classe media né la fascia più bassa delle principali economie sviluppate o emergenti hanno registrato un miglioramento della propria condizione. La globalizzazione e i progressi tecnologici sono in parte responsabili di una retribuzione non uniforme dei lavoratori qualificati e del cambiamento dell’interazione tra capitale e rendimenti del lavoro, nota l’esperto di Lombard Odier IM. Tuttavia, il dibattito sul ruolo della banca centrale nella riduzione le disuguaglianze sta certamente “e giustamente” ricevendo maggiore attenzione.
Anche il quantitative easing ha avuto un peso
È ormai risaputo che il Quantitative Easing (QE), ad esempio, ha avuto un effetto di riequilibrio del portafoglio. I principali artefici del QE, come Ben Bernanke, hanno minimizzato l’impatto di una politica monetaria così aggressiva sulle disuguaglianze, eppure come ha sottolineato David McWilliams lo sforzo fatto della Federal Reserve per evitare una depressione ha posto le basi per una rivolta generazionale tra i baby boomer e i millennials. L’aumento delle disuguaglianze è stato un fattore importante nella forte ascesa del populismo sia in America che in Europa. Probabilmente, questi cambiamenti avranno implicazioni a lungo termine per l’ordine politico ed economico dell’occidente che non risparmieranno nemmeno le banche centrali.
Il caso della Federal Reserve
Il presidente della Fed Jerome Powell, ad esempio, ha minimizzato il ruolo che i mercati azionari hanno avuto a dicembre nel determinare le condizioni finanziarie, ma a marzo la retorica si è completamente invertita, tanto che la Fed ha compiuto un significativo passo in avanti per quanto riguarda l’utilizzo di un targeting per il livello dei prezzi al consumo. “Questo è il cambiamento più rapido e profondo al quale abbiamo assistito al di fuori degli anni di recessione” commenta l’esperto di Lombard Odier IM secondo cui la politica delle banche centrali delle democrazie liberali dovrà sempre più tenere in considerazione la rabbia che nasce dalle disuguaglianze.
Anche la Bce deve cambiare impegno e strumenti
Questo soprattutto in Europa, dove vi è una totale avversione all’apportare modifiche significative alla politica fiscale, anche se questa svolge un ruolo critico nel “correggere” gli effetti iniqui della distribuzione del reddito derivanti dalla politica monetaria. Alla Bce secondo l’esperto occorre un impegno più mirato, credibile e visibile per raggiungere il target di inflazione del 2% ed una serie più ampia di strumenti politici, come l’accesso al credito su larga scala per le Pmi e ai gruppi a medio/basso reddito, nonostante esista il rischio potenziale rischio di una cattiva allocazione del capitale. Questo è vero soprattutto se continua ad aumentare la probabilità di un’altra recessione economica.
I rischi di una recessione dell’Eurozona
Se una grave recessione dovesse colpire l’Eurozona, infatti, le implicazioni politiche che ne deriverebbero sarebbero maggiormente aggravate dall’attuale aumento del populismo. Se istituzioni tecnocratiche (come la Bce) continuassero a interpretare i loro mandati in modo restrittivo, potrebbero inavvertitamente portare a un incremento della pressione populista, con “potenti effetti a catena sulla forma e sulla portata del mandato della banca centrale per il futuro, se non sul futuro della stessa Unione europea”. Occorre dunque ripensare la funzione di reazione delle banche centrali.