A cura di Banca del Piemonte
Durante l’attesissimo discorso tenuto nell’audizione semestrale al Congresso, il neo governatore della Banca Centrale Usa Jerome Powell ha spiegato che “ulteriori rialzi graduali dei tassi sono la cosa migliore (ovvero necessaria) per raggiungere gli obiettivi dell’istituto centrale, ovvero la piena occupazione e la stabilità dei prezzi. Ha fornito un messaggio di forte fiducia e ottimismo nell’espansione economica americana: un mercato del lavoro in grande salute fornirà sostegno alle spese dei consumatori e darà un impulso ai piani di investimento delle aziende, migliorando e sostenendo la produttività. Inoltre l’accelerazione sincronizzata della crescita all’estero ha dato un notevole beneficio alle esportazioni americane e supporto al settore manifatturiero.
Si è dimostrato ottimista inoltre sulle prospettive di inflazione, confidando che, nonostante alcuni fattori transitori l’abbiano tenuta a freno nel 2017, tornerà a crescere al tasso obiettivo del 2% nel medio termine. Ma forse è da cercare in un’altra frase la causa che ha indotto una reazione negativa dei mercati nell’immediato: Powell ha spiegato sostanzialmente che la Fed continuerà a cercare un punto di equilibrio tra l’evitare un surriscaldamento dell’economia e lo spingere l’inflazione ad una crescita su base costante del 2%. Forse proprio nei timori di un eccessivo surriscaldamento (forse in questo momento prevalenti all’interno del board) il mercato ha intravisto una probabilità più alta di aumento del numero di strette monetarie da parte della Fed. L’incertezza è aumentata anche nel passaggio in cui il governatore, pur ribadendo la difficoltà nel prevedere gli effetti fiscali sulla politica monetaria, ha rimarcato che “cambiamenti della politica fiscale possono avere conseguenze sulla rotta del costo del denaro”.
La performance di Powell si è rivelata un catalizzatore per l’innesco di una correzione all’interno del movimento di recupero dai minimi dell’8 febbraio. Una FED più aggressiva delle attese implica condizioni finanziarie un po’ più restrittive, il che è un fattore a supporto della volatilità. Peraltro, la storia passata mostra che non è quasi mai l’inasprimento della politica monetaria a causare un’inversione del trend sugli asset di rischio, ma sono i successivi effetti dell’inasprimento stesso sul ciclo che la causano, effetti che si manifestano con un discreto ritardo temporale.
Va comunque ricordato che gli indicatori economici di sentiment mostrano trend “costruttivi”: l’ISM è su di un percorso di crescita ed in analoga posizione si trova il mercato immobiliare, a sua volta molto legato al ciclo. Il mercato del lavoro inoltre mostra una generale stabilità, senza segnalare la classica perdita di slancio tipica della fasi che hanno preceduto le scorse recessioni. Senza dimenticare che vi è lo stimolo fiscale annunciato a rappresentare l’ennesimo fattore a supporto del ciclo, anche se i suoi effetti sono già stati in parte incorporati negli indicatori e nelle previsioni di crescita degli utili. Rilevanti infine sono stati i movimenti sui cambi, con il dollaro che è stato supportato dalla testimonianza di Powell, almeno fino alle esternazioni di Trump relative all’imposizione di dazi commerciali e di cui parliamo nel paragrafo successivo.
Imposizione di dazi su acciaio e alluminio
In realtà a scatenare le forti vendite che hanno colpito le piazze azionarie per la terza sessione consecutiva non è stata la “normale” flessione di alcuni indicatori macroeconomici dai livelli stellari dei mesi precedenti, ma il pericolo di un escalation di protezionismo tornato a farsi sentire. Trump, dando seguito alla richiesta di intervento formulata dal Ministero del Commercio, ha infatti annunciato l’applicazione di tariffe del 25% sulle importazioni di acciaio e 10% su quelle di alluminio. L’utilizzo fatto da Trump della legge (Section 232) che invoca “motivi di sicurezza nazionale” è potenziale portatore di scenari più esplosivi e rischia di trascinare il commercio globale su livelli di elevata conflittualità.
Si tratta di un messaggio molto forte e provocatore dal momento che prevede un dazio generalizzato e non una misura più mirata o una semplice quota massima di importazioni accettate. Al momento non è stata esplicitata nessuna esenzione a specifici stati (neanche a Canada e Messico come ai tempi delle sanzioni imposte sa Bush nel 2002), anche se la Cina è stata menzionata esplicitamente, ma i dazi colpiranno tutti gli esportatori, anche i paesi ‘alleati’ (e gli stati che più esportano più acciaio negli Stati Uniti sono Canada, Brasile e Corea del Sud).
Se così sarà le ritorsioni arriveranno velocemente ed è proprio il timore di queste che ha contribuito a scatenare nel pomeriggio di ieri l’accelerazione ribassista degli indici. Più che la portata economica di queste misure (acciaio e alluminio pesano solo per circa il 2% del totale delle importazioni USA) sono le potenziali conseguenze di una più estesa guerra commerciale a spaventare i mercati. Un timore che risiede nella convinzione che forme così esplicite di protezionismo commerciale siano destinate a portare inflazione e a ridurre il potenziale di crescita, andando a spostare in peggio gli equilibri desiderati e auspicati dai mercati.