A cura di Alessandro Balsotti, strategist Jci Capital
Le nuove minacce di Trump: 20% di tariffe sulle automobili importate dall’Europa. Il messaggio del presidente americano è arrivato come immediata risposta all’entrata in vigore delle misure europee (a loro volta una ritorsione alle precedenti misure su acciaio e alluminio) riguardanti dazi su beni Usa per un valore di 2.9 bio euro (circa 200 categorie merceologiche che includono bourbon, succo d’arancia, riso e diverse tipologie di mais, inclusi alcuni prodotti iconici come le Harley Davidson e i jeans Levi’s).
I prodotti americani nel mirino dell’Europa hanno un valore più che altro simbolico e politico (in alcuni casi vengono da stati che rappresentano una forte base elettorale di Trump), ma la risposta sull’automotive europeo rischia di essere molto più pesante. Le parole della Casa Bianca non sono un fulmine a ciel sereno. Lo scorso 23 maggio era già stata avviata un’indagine per stabilire se l’import di veicoli dall’Europa rappresenti una minaccia alla sicurezza nazionale.

L’esito dell’indagine (vista la totale discrezionalità dell’esecutivo US in merito) è una variabile completamente politica, non tecnica e, mentre la scadenza originaria per completare l’inchiesta è stata fissata al febbraio 2019, il segretario al Commercio Wilbur Ross ha assicurato che i tempi saranno ben più brevi (presumibilmente entro fine agosto per potere giocare un ruolo nella campagna elettorale per il voto di metà mandato).
Qualche dato. L’anno scorso l’industria dell’auto tedesca (dati VDMA, associazione nazionale di categoria) ha esportato nel Nord America 657.000 auto. Il valore delle esportazioni ha raggiunto, con la componentistica, 31.2 bio euro, dato che sale 37 bio se consideriamo il totale europeo. Le importazioni corrispettive (auto americane in Europa) è di soli 6 bio (dato Acea, l’associazione dei costruttori europei). A rendere più complicata la situazione va ricordato che i colossi tedeschi (Volkswagen, Daimler e Bmw) producono direttamente anche negli Stati Uniti, che rappresentano complessivamente il 15% delle vendite globali degli ultimi due marchi e il 5% di VW. Bmw, ad esempio, è uno dei principali datori di lavoro in South Carolina, dove occupa 9.000 addetti.
Come per molte altre misure minacciate (tutte minacce finora attuate o in via di attuazione) siamo ancora nella fase iniziale di un processo che lascerà eventualmente spazio a negoziazioni e ritrattazioni. Ma la facile lettura che lo stile di Trump (attaccare forte per poi trovare un compromesso) fosse facilmente prevedibile sta però lasciando man mano spazio alla preoccupazione che l’ideologia America-First verrà portata avanti con una determinazione assoluta, almeno fino all’appuntamento elettorale dell’autunno.
In ogni caso per le sue dimensioni e per la complessità della supply-chain coinvolta un attacco agli equilibri del settore automobilistico (che ricordiamo al momento prevedono dazi di 10% per chi importa auto US in Europa a fronte di un rispettivo 2.5% per le automobili che arrivano sul suolo americano) rappresenterebbe indubbiamente un cambio di marcia per il protezionismo commerciale.