Scenario ancora negativo

Nulla è cambiato da ieri. Non sarebbe potuto essere altrimenti date le ragioni di fondo che guidano i mercati: le speculazioni di una spirale di recessione che potrebbe innescarsi, nonché una serie di default che potrebbero colpirci molto da vicino, sono ancora i temi su cui i mercati si muovono. Sono, purtroppo, continuati ad arrivare segnali poco distensivi.

Partendo del comparto azionario, che più di tutti rende l’idea, questa mattina abbiamo potuto tirare le somme di una giornata che ha visto, ancora una volta, i listini azionari europei chiudere in territorio pesantemente negativo: Piazza Affari -3.89% (nonostante sia andata bene in mattinata l’asta di Bot in programma con un tutto esaurito: ad onor del vero con rendimenti in aumento), il Dax ha lasciato sul terreno il 2.27%, mentre il Cac40 francese è riuscito solamente in parte a risollevarsi dal profondo rosso a cui era giunto a causa di indiscrezioni di un possibile declassamento da parte di Moody’s del rating dei maggiori istituti di credito transalpini.

Se poi diamo uno sguardo allo spread fra Bund e Btp, ovvero tra i titoli di stato tedeschi ed i nostri, vediamo come il divario sia di nuovo aumentato ieri raggiungendo quota 385, dopo aver aperto poco al di sopra di 362. Il paragone tra noi e la Spagna ci lascia perdenti, dato che lo spread Bund-Bonos si è attestato a 352. Oggi è attesa l’asta dei nostri BTp.

Ultimo di una serie di segnali che alimentano questa situazione, è giunto ieri in giornata un appello dall’Unione Europea proprio al nostro paese di mantenersi in guardia e pronti a varare nuove misure (di già?) qualora le entrate risultassero minori di quelle preventivate. Questo avrebbe il fine di tranquillizzare un mercato che non più tardi di un mese fa è stato definito come un “orologio impazzito”.

A poco sembra essere servito, al mercato, il commento del presidente Trichet, il quale ha nuovamente affermato che nonostante sia visto un rallentamento globale, in particolare in Europa, non siamo ancora in una fase di recessione: molto più facilmente non ci potremo aspettare tassi di crescita vicini a quelli preventivati. Ha inoltre dichiarato che la banche centrali sono pronte a fornire liquidità al sistema bancario, se ve ne sarà bisogno (purtroppo immaginiamo di si…). Inutile dire come anche il presidente della Bce si sia unito al coro, recentemente aumentato di intensità, di coloro i quali chiedono un rispetto da parte della Grecia degli accordi presi per beneficiare così dell’ultima tranche degli aiuti stabiliti e scongiurare definitivamente il rischio default.

Passiamo ora ad osservare i cambi dal punto di vista tecnico potendo apprezzare, da ieri mattina, un movimento di indebolimento generalizzato del dollaro rispetto alla posizione di dominanza fino a quel momento mostrata.  Incominciando dal cambio EurUsd notiamo che, rispetto al nuovo minimo toccato da febbraio, 1.3495, è stata messa a segno una decisa ripresa di quasi 200 punti. Nonostante questo rappresenti un segnale certamente positivo non possiamo dire che la tendenza di indebolimento della moneta unica sia finita quanto, più facilmente, che si stia assistendo ad una parziale presa di beneficio in attesa che si schiarisca almeno uno dei temi macro di cui abbiamo parlato sopra. Forse, più facilmente, potrebbe aver pesato il rumor trasmesso dal Financial Times secondo il quale il nostro paese stia cercando fondi cinesi per un massiccio acquisto di Titoli di Stato.

Un grafico con candele a 4 ore suggerisce di osservare la media mobile di breve (21 exp), coincidente con il precedente livello di Fibonacci, 1.3775, come iniziale livello che guidi un ritorno in forze della nostra moneta di casa. Stiamo parlando quindi di un’area di circa 300 punti all’interno della quale possiamo aspettarci che il cambio si muova per le prossime ore. Una rottura segnerà il passo per una continuazione o meno del trend in atto.  Il dollaro, nei confronti dello yen ha evidenziato nuovamente l’importanza della linea di tendenza che trae origine dalla seconda metà di agosto in avanti.

Nei pressi di 76.85 transita, tuttora, il più interessante livello di supporto dinamico di breve, in grado di mutare gli scenari del cambio e di avvicinarci nuovamente al minimo compiuto proprio il 19 agosto scorso. Ricordiamo che compresa fra 77.75 e 78 figura si trova l’area di resistenza più interessante dell’ultime mese di scambi. La ripresa dell’euro ha permesso al cambio EurJpy di allontanarsi dal minimo degli ultimi dieci anni registrato ieri a 103.90. Nonostante il movimento la situazione non sembra risolta, anzi. È infatti ancora particolarmente vicino il minimo di 100, che sembra poter attrarre il movimento sino ad ora evidenziato dai prezzi. Per l’abbandono di questa strada i prezzi devono necessariamente rompere 105.50 definitivamente a rialzo e, soprattutto, 106.50. 

Si è dimostrato piuttosto preciso il test del minimo indicato ieri per il cable a 1.5775. Il cambio è, per il momento, l’unico tra le major ad aver evidenziato un rimbalzo perfetto su un livello nemmeno troppo indietro nel passato (luglio scorso). Nonostante questo primo segnale confortante non possiamo certo illuderci: la tendenza fortemente negativa, che abbiamo visto nascere a 1.6620, intorno al 20 di agosto, è ancora tutt’altro che cancellata. Stando proprio a questa linea di tendenza si trova la resistenza dinamica di inversione del movimento in atto a 1.6115, dove peraltro abbiamo trovato un supporto statico durante il recente calo.

Passiamo a dare uno sguardo al franco, giunto a due livelli interessanti, sia contro euro che dollaro. Per ottenere il primo non ci siamo dovuti sforzare più di tanto, dato che la SNB stessa ha dichiarato che non permetterà un apprezzamento della moneta di casa contro euro oltre 1.20. Ebbene siamo molto vicini poiché in serata abbiamo raggiunto 1.2035. Massima allerta quindi per un ipotetico posizionamento a favore della moneta unica (un po’ strano, dobbiamo dire, con una situazione economica come quella che stiamo vivendo) con la benedizione della Banca centrale.

Discorso maggiormente tecnico invece quello del cambio UsdChf, dove abbiamo visto ieri i prezzi rimbalzare esattamente su 0.8915. Il deprezzamento che ne è seguito ha testimoniato quanto sia osservato il livello che trae spunto da un price action compresa fra marzo e maggio scorso. Oltre a valutare con la massima attenzione un eventuale superamento, che aprirebbe le strade verso il successivo 0.9340, dovremmo notare come nel breve si sia venuto a creare un supporto poco al di sotto di 0.88 figura.  Sia il dollaro australiano che quello neozelandese hanno potuto tirare un po’ il fiato ieri, dopo giorni di strapotere del biglietto verde. Il cambio AudUsd ha consolidato fra 1.0250 e 1.0380, comunque al di sotto del livello di supporto chiave di 1.04, mentre il cambio NzdUsd non è, del tutto, ancora entrato in territorio negativo dato che il supporto più interessante di 0.7975 è rimasto a distanza di sicurezza.