Commentando i risultati di Assoreti sull’andamento della raccolta netta nel 2011 per le principali reti di promozione finanziari in Italia, un nostro lettore, “D”, nota come “nonostante il periodo, di certo non dei migliori, i pf si dimostrano un canale affidabile (se non addirittura il più affidabile), a disposizione delle società” e non si può dargli torto visto che per le sole prime dieci reti italiane la raccolta netta è positiva per oltre 10,5 miliardi di euro (contro un -41 miliardi di euro segnalato da Assogestioni per il settore del risparmio gestito in Italia). “La raccolta è stata fenomenale” chiosa il nostro lettore che poi aggiunge: “eppure se dovessimo ragionare in termini di provvigioni, la raccolta non basterebbe a coprire le spese enormi (tasse su tutte) che gravano su questa attività”.
Una situazione di disagio che colpisce “soprattutto chi è neofita e quindi non può contare su un management fee” sostiene “D” che ricorda: “Senza i pf le reti non esistono e le società dovrebbero iniziare a snellire un po’ di più la struttura e a riconoscere di più a chi è in prima linea tutti i giorni”. Il problema è che in una situazione di compressione dei margini reddituali e di concorrenza in crescita sia per la naturale tendenza alla concentrazione del settore in un numero ridotto di strutture di grandi e medie dimensioni, sia per la “concorrenza fiscale” accentuatasi con le ultime manovre che in ossequio alle richieste provenienti dai mercati e dai partner europei (Germania in testa) hanno avviato un percorso di ristrutturazione e riforma dell’economia italiana che per ora resta dipendente dall’ennesimo incremento delle imposte complessive su patrimonio e reddito degli Italiani (che quindi toglie spazio sia ai consumi sia al risparmio), le società paiono forse sensibili al discorso di “snellimento” delle strutture manageriali, ma molto meno a quello di un innalzamento dei management fee pagati ai promotori.
Incremento che finirebbe, del resto, col comprimere la redditività prospettica del business, cosa che potrebbe accelerare l’eventuale uscita delle strutture più deboli o comunque ritenute meno “core business” dalle rispettive controllanti (che, specie quando sono banche, in questi mesi sembrano già avere più di un problema contabile sotto il profilo dell’adeguatezza patrimoniale e dunque stanno già valutando se non sia il caso di cedere qualche attività, non necessariamente solo ma anche nel campo del risparmio gestito). I pf italiani sono un canale di collocamento di prodotti e servizi valido nel loro complesso ed eccellente nei casi migliori ma salvo pochi casi ai vertici sperare di ottenere ora un trattamento economico migliore dell’attuale sembra arduo. Semmai si potrebbe sperare che le società più previdenti migliorino altri servizi, dalla formazione alla copertura previdenziale, rendendo più attraente questa attività anche a chi è agli inizi della sua carriera. Ma in un paese dove un giovane su tre resta inoccupato anche questo rischia di essere più un esempio di “buoni propositi” che una concreta prospettiva a breve termine.