Posta del pf: tecnologia effimera o vera innovazione?

Smartphone sincronizzati con il proprio profilo su Facebook e Twitter, iPad, Blackberry sempre collegato: la vita di un promotore finanziario sembra essere sempre più scandita dalla tecnologia, almeno quanto quella delle mandanti. Che non fanno un mistero di puntare a una presenza più incisiva nei social network e più in generale in ambiente “mobile”, per cercare di “agganciare” una fetta sempre più ampia di potenziali clienti, visto che a queste tecnologie fanno sempre più ricorso non solo i giovani ma anche i professionisti e gli investitori esperti.

Non tutti sembrano però convinti che sia questa la strada migliore o la più indicata da percorrere e, come ci scrive un lettore, “Marco”, a volte sembrano scettici quando non negativi: “Bravi, rimbecilliamo (non è questa la parola scelta da “Marco” per rendere il concetto, ma ci somiglia. Noi la cambiamo a favore di un linguaggio più contenuto, n.d.r.) ancora di più la gente con questi giochini infantili”, si sfoga il lettore, che conclude ironico: “usciremo presto dalla crisi con queste tecnologie effimere”.

Che la tecnologia da sola non abbia un particolare significato né valore è indubbio, che grazie alle possibilità offerte dall’uso consapevole della tecnologia si possano moltiplicare le occasioni di contatto tra investitori e consulenti o promotori pare tuttavia altrettanto indubbio: alzi la mano chi proverebbe a fare il mestiere di promotore finanziario (o altri lavori a contatto con una clientela sparsa sul territorio) senza cellulare o mail. Ma forse, come in altre circostanze, la cosa che fa sorridere alcuni e meravigliare altri è che tra gli investitori che sostengono anche in Italia alcune start up impegnate a sviluppare nuovi prodotti, servizi e “app” ci siano nomi come quelli di Ennio Doris, che risulta tra i sostenitori della start up di Manuel Zanella e Massimiliano Bertolini, che ha sviluppato il primo “smartwatch” al mondo, I’m Watch.

Se le previsioni verranno rispettate, Zanella e Bertolini vedranno la propria creatura centrare il pareggio di bilancio già quest’anno dopo aver registrato un rosso di 300mila euro lo scorso anno (la start up ha circa un anno e mezzo di vita), il che di questi tempi pare un risultato di tutto rispetto. Molto di più si potrebbe fare, probabilmente, se anche in Italia il venture capital prendesse più piede occupando quella nicchia di mercato che le banche continuano a guardare con sospetto e che in tempi di restrizione del credito viene ancora meno presidiata: il finanziamento delle piccole imprese e delle società neocostituite. Ben vengano dunque nuovi finanziamenti, magari anche per “app” o servizi che rivoluzionino il settore creditizio e finanziario italiano, una “foresta pietrificata” dove l’innovazione fatica spesso a imporsi a livelli meno che “effimeri”. E questo è certamente un male.