Per un pugno di mutui. La pagella di UniCredit

CREDITO SBAGLIATO – “Abbiamo dato credito sbagliato perché non conoscevamo il cliente”. A confessarlo è Federico Ghizzoni, ceo di UniCredit. Sentiamo questo Confiteor, ben più interessante, agli occhi delle pmi, del libro intervista di Cesare Geronzi, che ci racconta le solite trame del potere attorno a Rcs o Generali. È importante, per carità, ma lontano dai problemi e dai guai di alcuni milioni di piccole medie imprese. Non conosco piccola impresa che in questi anni abbia potuto dire la sua in questi casi. L’importante era ottenere finanziamenti, non importa sotto quale forma. Al punto che spesso le pmi hanno dovuto sottoscrivere “derivati” o altri prodotti che hanno procurato effetti negativi e interessanti per le banche. Di chi è la colpa? Del rating, ovviamente.

IL CONCETTO DI RATING – “È stato il concetto di rating”, continua Ghizzoni, “che ha portato il banchiere ad assumere più rischi perché non gli faceva più conoscere il cliente”. Vorrei precisare che il concetto di rating ha favorito il credito nei confronti di alcuni clienti, capaci di arruolare periti ed esperti, amici in grado di fare una buona presentazione dei conti. Ma questo vale per le grandi imprese. Al contrario, si è rivelato una vera e propria trappola per tante piccole e medie aziende che, in questi anni, si sono sentiti ripetere dal direttore della banca: “Io le verrei incontro ma c’è di mezzo Basilea”. Ghizzoni continua: “La banca deve superare la sola logica del rating imposta da Basilea e conoscere meglio il cliente, incrociare le informazioni che ha su di lui – i suoi movimenti, i suoi fornitori – così da potergli fornire il credito tagliato su misura”.

UN SALTO DI QUALITA’ –
Da anni ripeto, fino alla monotonia, che certi criteri sono insufficienti o dannosi, se non sono interpretati alla luce del buon senso. Oggi, sotto il peso di incagli e sofferenze, la banca scopre che non è possibile avere bilanci floridi se la clientela soffre. Meglio tardi che mai, verrebbe da dire. Ghizzoni, insomma, ci dice oggi che la sua banca ha venduto per anni, in regime di monopolio, per fare un esempio, macchine troppo costose e dai consumi eccessivi per le esigenze della clientela. Fiat o Indesit, in un caso del genere, quantomeno caccerebbero i responsabili commerciali. Difficile che le banche assumano il medesimo comportamento. Ma accontentiamoci, per ora, delle buone intenzioni. A meno che non si faccia finalmente ricorso agli strumenti che pure, per legge, già esistono: corporate bond, project bond, mini bond. Una mossa necessaria sia per le esigenze delle imprese, che hanno bisogno di emanciparsi dalla sudditanza nei confronti del credito, sia per le stesse banche. Ma un salto di qualità può riuscire soltanto se gli istituti credito sapranno mettersi al servizio del sistema produttivo. Non mancheranno di certo a Ghizzoni le occasioni per dimostrare che la sua banca ha imboccato una nuova strada, quella giusta.