A cura di Peter Garnry, Head of Equity Strategy di Saxo Bank
Alla pubblicazione dei risultati trimestrali, il CEO di Apple Tim Cook ha adottato il tipico tentativo di deviare l’attenzione dalla storica contrazione delle vendite al segmento dei servizi. Sebbene sia l’unico rimasto quasi stabile, è certamente insufficiente a spostare l’ago della bilancia, generando soltanto il 12% del risultato complessivo. Durante la presentazione, Cook ha inoltre affermato che i deboli risultati cinesi sarebbero stati causati principalmente dalla forza del dollaro di Hong Kong. Più che una giustificazione credibile sembrerebbe un ulteriore tentativo di sviare l’attenzione dalla vera ragione: la produzione locale è ormai in grado di generare la stessa qualità sostanzialmente a metà prezzo.
Dalle parole del CEO “il nostro team ha performato estremamente bene in uno scenario macroeconomico difficile: siamo soddisfatti del percorso di solida crescita del segmento dei Servizi, grazie all’incredibile forza dell’ecosistema Apple e alla crescente base di più di un miliardo di prodotti in circolazione”.
Un importante segnale con cui Apple ha accompagnato questi risultati è il significativo incremento di 50 miliardi al programma di restituzione di valore agli azionisti, per una spesa totale di 250 miliardi entro marzo 2018. Conferma infatti i limiti attribuiti dalla società alle potenzialità degli investimenti in capitale fisso, e di conseguenza anche della crescita.
Dovrebbe preoccupare il fatto che la società abbia scelto di aumentare l’indebitamento pur di restituire tutto questo capitale agli azionisti, invece di pagare i costi fiscali del rimpatrio dei capitali da oltreoceano. L’indebitamento limita, infatti, la flessibilità futura dell’azienda, specialmente nel caso di un calo dell’EBITDA. In altre parole, sembra che Apple stia sacrificando la propria flessibilità di lungo termine per ottimizzare i costi fiscali di breve – un esempio emblematico dell’atteggiamento attuale di molte società.