a cura di Didier Saint-Georges, Membro del Comitato Investimenti e Managing Director di Carmignac
Ancora una volta sarebbe stato necessario ignorare il consensus, il rischio Donald Trump è diventato una realtà l’8 novembre. Tuttavia la paura iniziale degli investitori si è rapidamente trasformata in un’ovazione generale. La teoria dei giochi è nuovamente prevalsa sui mercati: il consensus era talmente pessimista sulle conseguenze dell’elezione di Donald Trump, che non aveva altra possibilità se non quella di tranquillizzarsi. Probabilmente bisogna anche vedere in questo improvviso ottimismo un cambiamento di ottica degli investitori, inizialmente focalizzati sugli eccessi del candidato prima di accorgersi inaspettatamente di alcuni aspetti positivi del suo programma economico. Per comprendere la portata della reazione dei mercati, è però importante ricordare che questo piano di investimenti, di riduzione della pressione fiscale e di promesse protezionistiche non è affatto un fulmine a ciel sereno. Come rammentavamo in settembre (si veda la nota di settembre « All you need is growth »: L’insuccesso delle Banche Centrali pone il problema dell’esigenza di stimoli fiscali), da quasi un anno nei paesi occidentali continua a farsi insistente la richiesta da parte dell’opinione pubblica di stimoli fiscali che sostengano la domanda interna, e che subentrino a interventi delle Banche Centrali ormai in fase di esaurimento. Il programma di Donald Trump rientra in questa tendenza e ne rappresenterà quindi un catalizzatore. Sarebbe pertanto sbagliato sottovalutarne la forza propulsiva, dal momento che trattandosi proprio degli Stati Uniti questo piano di rilancio economico avrà implicazioni globali, nonostante possa essere ridimensionato a causa del contesto reale. È soprattutto probabile che all’interno del continente europeo questo piano alimenti il desiderio crescente di liberarsi dai vincoli del rigore finanziario imposto da Bruxelles. Un nuovo vento proveniente da Ovest, che inevitabilmente porterà bufere e momenti di relativa calma, si sta alzando sui mercati obbligazionari, azionari e valutari.
Valute
Il dollaro è quello che ha principalmente beneficiato dei movimenti registrati sul mercato valutario nel mese di novembre. L’aspettativa di una combinazione tra politica fiscale espansiva e proseguimento della normalizzazione della politica monetaria negli Stati Uniti ha contribuito al forte apprezzamento del biglietto verde. Le valute emergenti sono state penalizzate da questo movimento, anche se nel loro complesso non hanno subito “attacchi di panico”. Le due monete emergenti maggiormente sotto pressione sono risultate il peso messicano e la lira turca, ma per motivi molto diversi: la lira turca risente di fondamentali deboli, mentre il peso messicano viene impiegato dagli investitori globali come strumento di copertura contro l’incertezza innescata da Donald Trump. Questo giustifica un approccio attivo e selettivo in termini valutari. Abbiamo pertanto aumentato l’esposizione verso il dollaro e coperto le posizioni nelle valute emergenti e nello yen.
Obbligazioni
I tassi di interesse sono risultati quelli principalmente penalizzati dall’aspettativa di politiche fiscali più espansive. La reflazione prevista si è tradotta in un forte aumento dei rendimenti dei titoli governativi e delle fasi di stallo dell’inflazione. Le tensioni provenienti dagli Stati Uniti si sono estese a tutte le altre aree geografiche compresa l’Eurozona, nonostante il piano di acquisto di obbligazioni della BCE. Soltanto il Giappone è stato risparmiato, considerata la sua nuova politica, che ha fissato i tassi di interesse decennali allo 0%. La riduzione complessiva della duration modificata sui tassi di interesse ci ha consentito di non essere danneggiati dalla correzione del mercato obbligazionario. Le posizioni sell nei titoli governativi statunitensi sono quelle che in particolare hanno pienamente contribuito a gestire il rischio globale nella costruzione del portafoglio.
Azioni
In novembre, l’apparente stabilità degli indici azionari globali ha occultato profonde divergenze geografiche e settoriali. Ad esempio, il Giappone e gli Stati Uniti hanno conseguito profitti significativi mentre i mercati emergenti hanno subito una forte correzione. Analogamente i settori ciclici e quelli sottovalutati si sono nettamente apprezzati, mentre i settori sensibili ai tassi di interesse hanno registrato performance negative. Il consolidamento della posizione nei titoli energetici, così come l’introduzione in portafoglio di società cementifere durante l’estate ci hanno consentito di affrontare questa rotazione con un portafoglio equilibrato. Nel corso del mese, in modo selettivo, abbiamo inoltre aumentato l’esposizione verso le società cicliche e sottovalutate. Abbiamo pertanto investito nelle società statunitensi di servizi petroliferi Schlumberger e Halliburton: questi gruppi dovrebbero ampiamente beneficiare della deregolamentazione che il Presidente eletto Donald Trump intende attuare, indipendentemente dalla congiuntura petrolifera. Abbiamo inoltre aperto posizioni negli istituti di credito giapponesi Mizuho, Sumitomo Mitsui e Mitsubishi UFJ: con una valutazione inferiore di 0,6 volte il patrimonio netto contabile, queste banche consentono di beneficiare della tematica della reflazione a un prezzo ottimale.
Materie prime
In novembre, Carmignac Portfolio Commodities ha registrato una performance positiva. Il Fondo è riuscito a cogliere il forte apprezzamento del settore delle materie prime, pur restando focalizzato su società di qualità in grado di realizzare una performance sostenibile. Nel corso del mese, abbiamo pertanto introdotto nel portafoglio del Fondo la società DSM, una multinazionale olandese che a nostro avviso presenta un solido posizionamento concorrenziale nel settore degli integratori alimentari.
Fondi di fondi
Nel mese di novembre, i Fondi di fondi hanno registrato una performance positiva. Le strategie in strumenti derivati, finalizzate ad aumentare l’esposizione ciclica sottostante dei nostri Fondi, hanno consentito in particolare di cogliere ampiamente il rimbalzo dei mercati dopo l’elezione di Donald Trump.