La verità sulle sofferenze delle banche “made in Spain”

di Alessandro Santoni

Iniziamo dalla buona notizia. Le reali sofferenze delle banche spagnole hanno già superato il picco storico raggiunto nella crisi del 1993 (8% rapporto tra sofferenze ed impieghi) e, secondo le stime più aggiornate degli analisti, le stesse dovrebbero raggiungere l’apice nel quarto trimestre del 2010 facendo intravedere la fine del tunnel. Le Banche dovrebbero essere in grado di contrastare i flussi in arrivo di sofferenze, grazie alla buona base di capitale e alla sorprendente capacità di generare ricavi.
La notizia meno buona è che la crisi del 1993 fu di durata inferiore a quella odierna (4 trimestri contro gli attuali 8 trimestri di recessione) e di dimensioni più ridotte (calo del PIL del 2% massimo rispetto al -4% raggiunto nel secondo trimestre 2009) generando qualche dubbio sulla rapidità dell’uscita dal tunnel.
Il tasso di disoccupazione raggiunto allora, pari al 24%, è ancora lontano rispetto all’attuale 19%, record assoluto dell’area euro. Il fattore tuttavia che genera più incertezza e che ha caratterizzato l’approccio delle banche spagnole durante questa crisi rispetto a quelle precedenti e rispetto agli altri paesi dell’area euro, è stato l’atteggiamento che le stesse hanno avuto nei confronti del crollo del mercato immobiliare. Per evitare flussi di sofferenze incontrollato, che avrebbe messo a rischio il sistema bancario, gli istituti iberici hanno proceduto ad acquisire sul mercato molti degli immobili dagli immobiliaristi che altrimenti avrebbero dichiarato bancarotta.
L’ammontare degli immobili nei bilanci delle prime 5 banche spagnole è così salito a 17 miliardi di euro (fonte Cheuvreux) nell’ultimo anno.
La Banca Centrale Spagnola per cercare di arginare il fenomeno ha recentemente alzato il requisito di riserva obbligatoria che le banche devono accantonare nei confronti di questi attivi dal 20% al 30%.
L’articolo completo lo puoi trovare su Soldi,
in edicola in questi giorni