Basilea 3, più vicina all’Italia

Cessioni, ricapitalizzazioni, dividendi, impieghi. Sono i quattro fronti aperti su cui le banche europee, per rispettare i nuovi parametri di capitale introdotti con Basilea 3, dovranno lavorare nei prossimi anni, in vista della deadline (a cui si arriverà con progressivi aggiustamenti) fissata per il 2018 (con entrata a regime dal primo gennaio 2019). Il documento, che aspetta il via libera del prossimo G20 e maggiori dettagli (in tema di deduzioni, di componenti del core tier 1), modifica il precedente accordo aumentando la “qualità” del capitale di vigilanza e riducendo la leva a cui ricorrono gli istituti, introducendo nuovi parametri di liquidità (ancora da definire).
Così, se il coefficiente complessivo del capitale rimarrà immutato all’8% (delle attività ponderate per il rischio), dovrà aumentare (dal 2 al 4,5%) la parte “core”, il cosiddetto common equity (in pratica il capitale sociale con le riserve), mentre il Tier 1 (la somma di common equity e altri strumenti di qualità), salirà al 6% (dal 4%). A questi nuovi parametri, si aggiunge la vera novità di Basilea 3: i buffer, le risorse aggiuntive di cui le banche (ma solamente a partire dal 2015) dovranno dotarsi e che dovranno essere pari al 2,5% delle attività.
Non solo, per calcolare il core tier 1 dovranno essere dedotti i crediti d’imposta, le partecipazioni assicurative e le partecipazioni finanziarie di minoranza. Quanto basta, insomma, per aprire gli scenari più disparati, data la molteplicità di “leve” che le banche potranno utilizzare per raggiungere gli stessi obiettivi. Qualche “esercizio di stile” però gli analisti lo hanno fatto, concordando, di fatto, sulla posizione di vantaggio da cui partono le banche italiane, meno indebitate rispetto alle colleghe europee. Secondo Banca Imi, gli istituti della Penisola saranno in grado di anticipare i requisiti minimi già nel 2013.
Per Deutsche Bank il traguardo, escludendo Mps e il Banco Popolare (tra gli istituti più “fragili” dal punto di vista patrimoniale), sarà raggiunto già nel 2012. In che modo, sarà tutto da vedere. Per aumentare i requisiti di capitale le banche avranno infatti a disposizione diverse opzioni: innanzitutto quella di procedere a una ricapitalizzazione, eventualità che Deutsche prevede solo per Mps (nella foto Giuseppe Mussari) e che comunque appare difficile da realizzare, vuoi per non danneggiare ulteriormente i rapporti con le fondazioni azioniste (vedi vicenda Unicredit), vuoi per la reale difficoltà a reperire capitale presso i soci, già messi a dieta all’indomani della crisi.
Destinare l’utile a riserva intervenendo sui dividendi appare un’alternativa valida, nonostante la moral suasion che il governatore di Bankitalia ha già inaugurato, suggerendo che tra tagliare la cedola e accelerare sulle cessioni delle attività non core la seconda strada è di sicuro la migliore.
Di certo, però, i parametri a cui gli investitori erano stati abituati fino al 2007 saranno solo un ricordo lontano: i dividend yield (il rendimento del dividendo) 2010 delle banche italiane si collocano tra il 2 e il 3% (rispetto ad una forchetta compresa tra il 5 e il 6% prima della crisi) e secondo gli specialisti non si allontaneranno da quei livelli per i prossimi anni, confermando così una politica di remunerazione prudente.
Lo stesso dicasi per la redditività, con il coefficiente Roe che nel 2000, per Unicredit, ha sfiorato il 20% e che oggi si aggira attorno al 5%. Finita l’epoca delle vacche grasse, dovuta all’elevato livello di indebitamento, le banche del futuro saranno meno cicliche di quelle di oggi, complici una diversa attitudine al rischio e una maggiore solidità patrimoniale. Le nuove regole di Basilea saranno inoltre il pretesto per accelerare il processo, già in corso, che vede gli istituti fare cassa vendendo le attività non strategiche. Con un rischio all’orizzonte: quello di un ulteriore restringimento del credito. Il Financial Stability Board stima, nell’arco di quattro anni e mezzo, un incremento mediano degli spread sui prestiti bancari pari a 15 punti base con una caduta della quantità offerta dell’1,4%.
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