LETTERA DI UN NOSTRO LETTORE
Caro Vincenzo,
mi spiace per te, mi spiace veramente per te! Mi spiace perché hai conosciuto forse una realtà sbagliata, ma mi spiace soprattutto perché mi rendo conto che le realtà sbagliate in Italia sono preponderanti; reputo pertanto sia normale tu sia incappato in una delle tante che, al contrario di quanto dichiarano in codici etici e/o deontologici, finiscono per usare i promotori finaziari come venditori di prodotti redditivi per la società mandante più che per i clienti.
Al di là di tutto però scrivo perché da sempre sono contrario a tali ricatti reddituali delle mandanti tradizionali italiane.
Da sempre vedo il lavoro da impiegato bancario molto più rispettato da un punto di vista sociale di quello autonomo di promotore finanziario. Ma nella sostanza l’unico vantaggio di sicuro non è da un punto di vista deontologico perchè, lasciamelo dire, l’impiegato “vende” più robaccia del promotore! Certo l’impegato ha anche molte più tutele del piccolo portafoglista promotore finanziario ma questo è più un aspetto di carattere microeconomico che etico: se vuoi essere imprenditore devi avere coraggio, intraprendenza, competenza e capacità di raggiungere obiettivi.
Tanto per farti un esempio nella mia realtà un promotore con 10 milioni di portafoglio ha un reddito da management fee di circa 60.000 euro lordi, senza “vendere” o, nel nostro caso mi sento sufficientemente tranquillo da dire “consigliare di sottoscrivere”, un prodotto assicurativo! Certo, 10 milioni d’euro di raccolta non la si fa stando seduti dietro una scrivania ad attendere clientela spontanea… ma q uesto non puoi pretenderlo da una professione autonoma.
L’assicurativo è da sempre una di quelle attività finanziarie usate per fare budget e conto economico. E la contraddizione di cui ti parlavo è proprio quella che ha per oggetto l’articolo 3 dei “Rapporti con l’intermediario abilitato” del “Codice Deontologico di autodisciplina dei Promotori Finanziari” che puoi leggere sul sito dell’Anasf: cito testualmente “Il dovere del promotore finanziario di operare nell’interesse dell’intermediario incontra il limite dell’interesse del cliente. Pertanto il promotore finanziario rifiuta iniziative e comportamenti, pur richiesti o suggeriti dall’intermediario, che siano in contrasto con le esigenze della clientela.”.
Stando a ciò vorrei lasciarti l’onere della verifica di quanto assicurativo in media c’è nei portafogli delle mandanti “classiche” italiane e quanto invece ce n’è ad esempio nei portafogli consigliati da accademici e consulenti indipendenti, gli unici che se pur non necessariamente recano un vantaggio al cliente (ovviamente per questo si dovrebbero valutare i costi della consulenza), di certo sono i più esenti da conflitti di interesse, possono pertanto operare forse nel vero unico interesse del cliente (salvo la loro parcella!).
In conclusione:
1) condivido con te che la promozione finanziaria in Italia sia drogata da un enorme conflitto di interesse dovuto dalla continua ricerca di redditività delle mandanti piuttosto che da una giusta etica deontologica. Ma trovo il tuo ragionamento miope se non altro dal punto di vista periodale: dopo 10 anni un promotore che raccoglie un milione d’euro l’anno guadagna già molto di più di un impiegato e continua a salire con potenzialità neanche avvicinabili da un dipendente;
2) secondo me avresti dovuto fare un’analisi approfondita dei diversi modi di porsi delle varie mandanti in Italia prima di fare un colloquio con una di esse, oppure similmente avresti dovuto fare molti colloqui con altrettante mandanti e valutare il caso migliore di esse (ce ne sono di realtà valide e sono pronto a dimostrartelo logicamente punto per punto!);
3) a mio parere il lato economico non è l’unico da valutare nel mondo del lavoro. Al contrario la libertà di fare effettiva consulenza al cliente, quando, come e dove vuoi secondo me non ha prezzo comparativo!
Ovviamente è solo il mio punto di vista!
Ti auguro buon lavoro.
Cordialmente,
Stefano Bellomarì
Promotore finanziario