Risparmio gestito – Le implicazione del Giappone

La triplice tragedia in Giappone, ovvero il terremoto, lo tsunami e il rischio di una catastrofe nucleare, nel mese di marzo ha provocato numerose speculazioni e abbondante volatilità sui mercati finanziari. È ancora troppo presto per stimare tutte le possibili conseguenze e occorre prudenza nel valutare le reazioni del mercato nel breve termine. Detto questo, si sono comunque delineate alcune implicazioni generali, anche se la loro portata non è ancora chiara.

Implicazioni economiche

La catastrofe avrà un impatto negativo sulla crescita nel breve termine, a causa dell’interruzione della produzione e della catena di fornitura, e porterà ad un incremento della spesa locale, del deficit di bilancio e del debito in Giappone. È una situazione problematica, che siccome  il deficit e il debito del paese sono già alti, ma non sarà necessariamente difficile trovare le risorse finanziarie considerato il livello elevato del risparmio.

Il Giappone è il secondo partner commerciale della Cina e un grande esportatore di componenti, macchinari e automobili. In Cina e a Taiwan la produzione molto probabilmente risentirà della mancanza di componenti nelle prossime settimane, con conseguenze ancora più gravi nel secondo trimestre 2011 se la produzione di componenti in Giappone non riprenderà presto. Le aziende con maggiori difficoltà sembrano essere i produttori giapponesi che servono l’industria automobilistica cinese, ma anche i produttori  di elettronica di consumo. Nel breve termine ciò potrebbe creare opportunità per i produttori di automobili non giapponesi ma anche determinare una riduzione dell’offerta di prodotti elettronici su scala globale. Nel medio termine l’impatto sulla crescita sarà meno negativo o potrebbe persino essere neutrale o positivo grazie alla massiccia ricostruzione di infrastrutture.

In Giappone rientreranno i risparmi dall’estero per finanziare la ricostruzione e ciò ha già causato una forte rivalutazione dello Yen che ha spinto il G7 a organizzare un incontro urgente giovedì sera a Parigi. La Cina dispone di un’ingente quantità di Yen nelle sue riserve in valuta estera, pertanto beneficerà temporaneamente della rivalutazione della valuta giapponese, ma un rafforzamento dello Yen potrebbe far salire anche il prezzo dei prodotti cinesi destinati all’esportazione e quindi influirebbe sulle esportazioni della Cina.

Implicazioni sulle materie prime

Inizialmente i prezzi della maggior parte delle hard commodity sono scesi (a causa dell’impatto negativo sulla crescita nel breve termine) ma dovrebbero risalire in quanto il Giappone deve supplire alla perdita di capacità nucleare. Il nucleare rappresenta il 12% dell’offerta totale di energia in Giappone e il 33% della generazione di elettricità. Oggi sono venuti meno 12GW sui 49GW di capacità totale. Una parte di questo fabbisogno (forse destinato ad aumentare se la situazione si deteriora) dovrà essere soddisfatta attraverso altre fonti, principalmente GNL, oltre a greggio e carbone.

Secondo le stime dell’American Energy Information Agency (EIA) per colmare la capacità energetica perduta, il Giappone dovrà importare 238.000 barili di petrolio al giorno, un aumento del 5% rispetto al consumo attuale e 34 milioni di metri cubi al giorno di gas naturale. Il Giappone è autosufficiente in campo energetico solamente per il 16% del fabbisogno, e l’energia idroelettrica e le fonti rinnovabili rappresentano rispettivamente il 3% e l’1% della produzione totale di energia. Attualmente il Giappone è il terzo importatore netto di petrolio e il principale importatore al mondo di GNL e carbone. Acquista gas e petrolio principalmente dai paesi del Golfo.

In Giappone a causa del terremoto è andato perduto circa il 26% della capacità di raffinazione, pertanto assisteremo a un incremento della domanda di prodotti derivanti dalla raffinazione del petrolio.

Diversi paesi hanno manifestato la volontà di incrementare le forniture di energia destinate al Giappone. In particolare la Russia ha dichiarato di poter deviare le forniture destinate ad altri mercati (circa 6GW). Qatar, Indonesia e Corea del Sud hanno offerto un sostegno analogo. Come gesto di solidarietà, la Cina ha annunciato che PetroChina e Sinopec doneranno 10.000 tonnellate di diesel e 10.000 tonnellate di benzina al Giappone.

I prezzi dell’elettricità (gas naturale e carbone termico), e le emissioni di carbonio, sono aumentate anche in Europa sulla scorta delle incertezze sul nucleare.

Implicazioni sul nucleare

A parte la chiusura immediata degli impianti nucleari in Giappone e in altre parti del mondo (la Germania ha sospeso temporaneamente un terzo della sua capacità nucleare), il disastro avrà un impatto sia sugli impianti esistenti sia sui progetti futuri.

Diversi paesi, tra cui la Cina che annovera il 40% dei progetti previsti su scala mondiale, ha già annunciato che ne sospenderà l’approvazione finché non sarà condotto un controllo di sicurezza e il Commissario per l’energia dell’UE non avrà richiesto stress test su tutti i reattori in Europa. Tuttavia, la Commissione nazionale per la riforma e lo sviluppo in Cina (NDRC) ha annunciato che lo sviluppo nucleare non derogherà dal piano quinquennale che prevede una robusta espansione dell’energia nucleare con 34 nuovi reattori e altri 25 in costruzione (13 reattori operativi). Comunque il National Energy Bureau del paese sta monitorando attentamente gli avvenimenti in Giappone al fine di evitare incidenti analoghi in Cina.

Il disastro avrà certamente un impatto sui nuovi progetti in campo nucleare. Anche se i progetti non saranno annullati, che rappresenta comunque una possibilità concreta, saranno probabilmente ritardati e diventeranno più costosi a seguito di un aumento dei requisiti di sicurezza. La Russia è uno dei principali esportatori di reattori nucleari con il 20% dei nuovi reattori in costruzione e il 17% della produzione di carburante. Anche se la Cina ha sospeso temporaneamente tutti i progetti nucleari probabilmente non abbandonerà lo sviluppo di impianti nucleari dato che il paese ha disperatamente bisogno di più energia a sostegno della crescita economica.

L’impresa statale russa Rosatom, e la divisione per l’esportazione Atomstroiexport, ha attualmente 5 impianti in costruzione e ha siglato accordi per altri 30 impianti. In particolare un contratto prevede che Rosatom inizi la costruzione di un impianto da 20 miliardi di dollari a Akkuyu, in Turchia, nel 2013. Erdogan si è recato a Mosca questa settimana e l’accordo è stato confermato da entrambe le parti con la garanzia di un elevato livello di sicurezza. Lo stesso giorno Putin ha siglato un accordo a Minsk che prevede la costruzione da parte di Rosatom di un impianto in Bielorussia. Rosatom ha in programma inoltre di partecipare alla costruzione di impianti in Bulgaria, Bangladesh e Marocco. In precedenza ha costruito un impianto controverso in Iran e uno in Cina con la possibilità di aggiungere altri reattori.