La dinasty dei Lucchini

Roberta Maddalena

Sono stati tra i grandi protagonisti dell’industria italiana nel Secondo dopoguerra. Quella dei Lucchini è una storia eccezionale per la capacità di crescita e al contempo simile a tante altre di famiglie imprenditoriali per l’esito: cessione dell’asset che li ha resi grandi, per distribuire il ricavato su una serie di partecipazioni azionarie.

 

Il fondatore

Quando nel 2013, all’età di 94 anni, morì Luigi Lucchini, l’allora presidente di Confindustria Giorgio Squinzi disse che l’industria e il mondo della finanza italiana avevano perso “una delle figure più rappresentative, uno di quei figli del Dopoguerra che, con determinazione e modestia, avevano ricostruito e rifatto grande il nostro Paese”. Perché con la sua scomparsa venne meno un pezzo importante del capitalismo storico italiano, un imprenditore partito da una piccola realtà e in grado di scalare l’associazionismo industriale e la finanza nazionale fino ai gradini più alti.

Luigi viene ricordato come un self-made man che ha cavalcato l’onda del boom economico. Per la stampa economica era “il cavaliere” dalle umili origini familiari. Nato a Malpaga di Casto (Brescia) nel 1919, i suoi antenati erano carrettieri di confine fra la Lombardia e il Trentino. Il nonno Giacinto, originario di Lumezzane, si era trasferito a Casto, dove il torrente Vrenda alimentava la forgia in cui lavoravano tutti i figli maschi, mentre la mamma gestiva un’osteria. Luigi studiò dai salesiani a Verona, dove arrotondava i pochi spiccioli commerciando caramelle. Si diplomò maestro al Gambara di Brescia, dove iniziò l’amicizia di una vita con Egidio Ariosto, futuro ministro socialdemocratico. Dopo la morte del fratello Ugo in Albania studiò tedesco all’Università degli Studi di Heidelberg (Germania), ma senza potersi laureare, in quanto richiamato a casa dalla famiglia per aiutare il padre Giuseppe in officina.

 

Crescita impetuosa

Di Luigi è il merito di aver fatto evolvere la bottega di un fabbro in una realtà industriale a cominciare dalla produzione di tondini per il cemento armato.

Nel Secondo dopoguerra l’Italia era un Paese da ricostruire e la Lucchini divenne una protagonista assoluta di questa rinascita, con l’imprenditore che diffuse a tutti i livelli la sua filosofia di fondo: “Reinvestire tutti gli utili generati all’interno dell’azienda”.

Non solo tramite la crescita interna, ma anche con il ricorso a una serie di acquisizioni, dalla ferriera di Carlo Antonini, il vero pioniere del tondino, alla Wührer, l’azienda di birra che sette anni più tardi lo proiettò, attraverso uno scambio di azioni, nel mondo della finanza internazionale entrando con una quota dell’1% nella multinazionale Bsn Gervais Danone. Vicino a Mediobanca e a Enrico Cuccia, cercò di utilizzare la finanza con accortezza, sempre come strumento a vantaggio della fabbrica. “Per arricchire il convento, non i frati”, era un altro dei suoi motti.

Nel corso degli anni Settanta e Ottanta il gruppo Lucchini decise di concentrarsi sulle produzioni a maggior valore aggiunto, come quello degli acciai speciali e di alta qualità. Quindi divenne presidente di Confindustria, subentrando a Vittorio Merloni, rilevò quote di Gemina e Mediobanca e nel ’74 fu nominato Cavaliere del lavoro.

 

La famiglia

Nell’immediato Dopoguerra Luigi conobbe in un negozio di stufe in città Emilia, che sposò. Dall’unione nacquero tre figli: Silvana, Giuseppe e Gabriella.

Il 15 novembre 1974 una banda rapì per strada Giuseppe, che venne liberato dopo sei giorni dietro il pagamento di un miliardo di euro.

Negli anni successivi proseguì lo sviluppo aziendale, con l’acquisto negli anni Novanta dello stabilimento siderurgico di Piombino, che tuttora porta il suo nome e produce prodotti laminati lunghi di qualità (barre, vergelle, rotaie). Il 2005 fu l’anno della svolta con il varo di un aumento di capitale della Lucchini Spa e l’ingresso del gruppo russo Severstal (rilevò il 62% del capitale), con la famiglia ridimensionata al 29%. Quest’ultima tre anni dopo rilevò la Lucchini Sidermeccanica (oggi Lucchini RS) per 215 milioni e scese al 20% della Spa, quota successivamente ceduta alla stessa Severstal.

 

La situazione attuale

Giuseppe (nella foto), Silvana e gli eredi di Gabriella (i tre figli Carlo, Daniele e Luigi) oggi riuniscono gli asset di famiglia nella cassaforte Sinpar. A settembre

l’assemblea dei soci della holding ha deciso di prelevare una cedola di 3,2 milioni (300mila euro in meno dell’anno precedente) a valere sull’utile di 5,6 milioni segnato nel bilancio ordinario 2019. Sui 294 milioni di attivo, la quota nella Lucchini Rs è incarico a 155,4 milioni e la famiglia ha investito anche nel private equity attraverso il 2,3% di The Equity Club, il club deal lanciato da Mediobanca (di cui i Lucchini restano soci del patto di consultazione con lo 0,38%) e attraverso quote nei veicoli collegati che hanno rilevato azioni di Jakala, La Bottega dell’Albergo e Philogen. I Lucchini rimangono anche investiti col 2,17% in Asset Italia, il club deal lanciato da Gianni Tamburi.