Stefano Fossati
Dalla scorsa estate, le confezioni della pasta De Cecco riportano una piccola, forse impercettibile ai più, eppure importante variazione: sotto al logo dell’azienda è ora riportato “Mugnai dal 1831” anziché “dal 1886”. Insomma, si rivendicano 55 anni in più di storia aziendale. Questione di lana caprina? Certo, al consumatore finale interessa che il prodotto sia buono e che tenga la cottura – caratteristiche da sempre distintive della pasta De Cecco – ma, si sa, la storia ha sempre il suo peso nella narrazione di prodotto. Per altro la retrodatazione, frutto di una attenta ricerca “storica, giuridica, scientifica e archivistica” condotta dal colosso abruzzese della pasta, ha fatto luce su particolari fino a poco fa inediti sulla saga di una dinastia che, negli ultimi anni, si è distinta non solo per i risultati ma anche per una certa litigiosità fra i rappresentanti dell’attuale generazione.
Da mugnai a industriali
Stando alla ricerca, partita dalla documentazione preunitaria (archivio di Stato di Chieti) ed estesa poi ad altri fondi archivistici e notarili, nel 18mo secolo i De Cecco erano proprietari terrieri e coltivatori in Abruzzo. Dal 1793 è provata l’attività di panettiere di Francesco De Cecco, figlio di Filippo, anche se in maniera discontinua fino al 1811. In quell’anno, Francesco iniziò a gestire il forno comunale di Fara San Martino, borgo medievale alle pendici della Majella, ma la svolta – quella datata 1831, appunto – arrivò quando il figlio Nicola Antonio prese a occuparsi direttamente dell’attività (con privativa o in qualità di garante) in modo continuativo, almeno fino al 1870. Furono poi Filippo Giovanni e Alessandro De Cecco a porre le basi per l’espansione: nei primi anni Settanta dell’Ottocento presero in gestione un mulino, che riuscirono ad acquistare nel 1878 nonostante il momento di grande crisi del settore della molitura, a causa della contestata tassa sul macinato introdotta nel 1868 dal governo Menabrea come parte degli sforzi per ridurre il pesante debito pubblico causato dalla Terza guerra d’indipendenza. Tassa poi ridotta (dal 1880) e poi abolita nel 1884 dopo la caduta della Destra storica e l’avvento dei governi “trasformisti” di Agostino Depretis.
Visione industriale
Fu allora che Filippo Giovanni De Cecco decise di cavalcare la ripresa del comparto avviando l’attività di pastaio: nel 1886 fondò così il Pastificio De Cecco, distinguendosi da subito per la visione industriale rispetto ai tanti piccoli pastifici a conduzione familiare già esistenti in Abruzzo, i cui prodotti erano diffusi quasi esclusivamente a livello locale. Anche a causa delle tecniche di produzione che rendevano difficoltosa l’essicazione della pasta (tanto più in un clima rigido come quello dell’entroterra abruzzese) e quindi la sua trasportabilità lontano dai luoghi di origine. Proprio per questo, nel 1889, Filippo Giovanni brevettò una cabina per l’essicazione artificiale, basata su un sistema di ventilazione ad aria calda. Questo consentì al pastificio, già dall’anno successivo, di iniziare a esportare sui mercati internazionali.
La carta della comunicazione
D’altra parte Filippo Giovanni non era soltanto un “mastro pastaio”: attento alle dinamiche commerciali, aveva colto l’importanza della comunicazione per portare i suoi prodotti a una diffusione sempre maggiore. Nel 1888 partecipò all’esposizione dell’Aquila, dove venne premiato con la medaglia di bronzo, medaglia che diventò d’argento a Palermo quattro anni dopo. E l’anno successivo la partecipazione alle esposizioni si allargò su scala internazionale con Principato di Monaco e Chicago, dove “macaroni” e vermicelli De Cecco conquistarono la medaglia d’oro per la superiore manifattura, il colore e la tenuta in cottura. Seguirono altri ori a San Francisco, Anversa, Amburgo. De Cecco puntò in particolare ad allargare la presenza sui mercati più ricchi d’oltreoceano, dove la crescente emigrazione italiana poteva garantire da subito una cospicua domanda. L’attenzione al marketing fu confermata, agli inizi del Novecento, dalla cura posta nell’immagine e nel confezionamento, con la prima comparsa del figurino della contadina sorridente con le spighe di grano sottobraccio, ancor oggi icona inconfondibile della pasta De Cecco.
Il nuovo secolo
Nel 1906 Filippo Giovanni fu nominato Cavaliere del Lavoro ed eletto sindaco di Fara San Martino. Nel 1914 le esportazioni presero anche la via dell’Argentina, mentre la ragione sociale diventò Società Cavalier Filippo De Cecco & Figli. Ma i venti di crisi erano alle porte: con la Grande guerra crollò la domanda, sia in Italia sia dalle Americhe, mentre la difficoltà di approvvigionamento di grano e l’aumento dei prezzi costrinsero De Cecco a interrompere la produzione per lunghi periodi. Bisognerà attendere il 1920 per assistere alla ripresa, con l’abolizione alle limitazioni alla produzione e commercializzazione di pasta imposte nel periodo bellico. Si riavviarono le esportazioni, in particolare verso gli Stati Uniti. La crescente concorrenza, soprattutto in Italia e in Europa, di una Barilla in piena fase di crescita e dei produttori campani non scoraggiò Filippo Giovanni De Cecco dal dare impulso alla costruzione di un secondo stabilimento a Pescara, accanto allo scalo ferroviario di Porta Nuova. Ormai settantenne, nel 1924 il fondatore lasciò cariche direttive e quote societarie ai cinque figli (Saturnino, Giuseppe, Onofrio, Giovanni e Adolfo): nacquero così prima la F.lli De Cecco di Filippo Fara San Martino, poi la Società Anonima Molino De Cecco, in cui l’anziano patriarca conservò un posto nel consiglio di amministrazione e, in qualità di presidente, influì sulle scelte strategiche fin quasi alla sua morte, avvenuta nel 1930. Quando, nel pieno della grande crisi internazionale, l’azienda dovette sospendere la produzione per un anno.
Tra le due guerre
Ma già nella seconda metà degli anni Trenta la nuova generazione dei De Cecco – in particolare Onofrio, Adolfo e Giovanni, che si divisero l’amministrazione – consolidò la posizione dell’azienda anche in Italia ed Europa, oltre che sui mercati d’oltreoceano. Fino a quando la Seconda guerra mondiale non rischiò di mettere bruscamente fine a più di cinquant’anni di storia. Con i fratelli De Cecco sotto le armi, alcuni prigionieri di guerra, fu una figura femminile a rivelarsi fondamentale per la sopravvivenza: quella di Giselda, nipote di Filippo, che prese in mano le sorti della società e riuscì pure a portare i prodotti De Cecco sulle tavole vaticane. Nel 1943, però, il nuovo stop: lo stabilimento di Pescara venne danneggiato dalle incursioni aeree alleate che miravano all’adiacente ferrovia adriatica, mentre quello di Fara San Martino fu fatto saltare dai tedeschi in ritirata.
Gli screzi fra eredi
Con la ricostruzione entrò in scena la terza generazione De Cecco. Nel boom economico la pasta si vendeva a ogni latitudine, tanto che i siti produttivi vennero più volte ampliati sia a Pescara, sia a Fara San Martino. Gli anni Ottanta videro l’avvio del processo di trasformazione dell’azienda familiare in gruppo manageriale e l’inizio della diversificazione, con la nascita della Olearia F.lli De Cecco di Filippo per la commercializzazione di olio extravergine di oliva. Diversificazione che proseguirà negli anni attraverso il lancio – tramite una serie di controllate e divisioni – di sughi e derivati del pomodoro, riso, prodotti biologici e dei sostitutivi del pane “I Grani De Cecco”. E nel 1996 lo stabilimento di Pescara, ormai stretto nel tessuto urbano, venne sostituito da una nuova unità a Caldari di Ortona, a pochi chilometri da Fara. Sempre negli anni Novanta il gruppo si espanse con investimenti all’estero, in particolare in Russia, dove è ancora attivo nonostante le sanzioni e i difficili rapporti con il Paese dopo l’invasione dell’Ucraina.
Più che da Putin, tuttavia, i problemi negli ultimi anni sono arrivati dall’interno della famiglia, oggi rappresentata nell’azionariato da ben 21 membri. Ad agitare le acque, nel 2019, non furono certo i conti, che anzi confermarono De Cecco terzo produttore mondiale di pasta (alle spalle di Barilla e della spagnola Ebro Foods) e numero uno per crescita dei volumi venduti. Gli screzi riguardarono piuttosto le scelte strategiche, a partire dalla nomina, l’anno precedente, di Francesco Fattori ad amministratore delegato: ex top manager di Findus, venne silurato solo dieci mesi dopo nel pieno di una complessa vicenda che portò lo stesso Fattori sotto processo, accusato di avere rivelato all’esterno segreti industriali dell’azienda, e che si intrecciò con il presunto “colpo di mano” con cui Saturnino e Giuseppe Aristide De Cecco avrebbero cercato di estromettere dalla presidenza il cugino Filippo Antonio.
Gli equilibri attuali
Vero o no, sta di fatto che quest’ultimo, che dopo l’uscita di Fattori ha assunto anche la carica di ad, provvide nei mesi successivi a blindare la propria posizione diventando primo azionista del gruppo con il 23,59% delle quote, grazie all’acquisizione di un 8,59% dal fratello Giuseppe Adolfo. Anche se lui parlò di “semplificazione” della governance: i rami che fanno capo a Saturnino e Giuseppe Aristide controllano rispettivamente il 23,41% e il 12,04%, quello del cugino Giuseppe Alfredo ha il 10,50% mentre Maria De Cecco (sorella di Saturnino) ha il 9,92%, seguono altri otto membri con quote fra il 4 e il 5%.
Di certo il riassetto non è piaciuto a tutti (Saturnino e Giuseppe Aristide uscirono dal cda) e chi conosce a fondo le dinamiche ai piani alti di Fara San Martino assicura che quella in corso è una “pace armata” che si regge su un equilibrio fatto di assegnazioni di deleghe e diplomazia familiare. A farne le spese sembra essere ancora la prevista Ipo del gruppo, deliberata già nel 2007 e poi messa in stand-by, prima per le turbolenze dei mercati e poi proprio per i diversi “umori” fra i soci-parenti.