Metti una sera a cena con cinquanta promotori finanziari e un giornalista imbucato. La cornice è un hotel quattro stelle, sul mare, con giacca e cravatta obbligatorie, ospiti di una banca attiva nell’asset management. In realtà, una boutique di prodotti di lusso, raffinati quanto basta, con fondi che «sovraperformano» i benchmark di riferimento. E lo fanno da diversi anni, compreso il famigerato 2008 e il primo spicchio del 2009. A dirla tutta, i rendimenti non sono un granché, col semplice Bot si poteva fare quasi altrettanto, ma chi poteva immaginare il Cigno Nero dei bond-salciccia?
Perciò, ti aspetteresti applausi a catena, standing ovation per i gestori, felicità da tutti i pori, premiolini e regalini per i meglio acchiappa-clienti. Invece, ti accorgi che il clima è piuttosto freddo, decisamente formale, le mani battono silenziose.
Che succede? «Succede – spiega uno dei promotori – che siamo un po’ stufi di tirare la carretta per tutti». Già, perché per loro i clienti sono il pane, la rata del mutuo a fine mese, le spese per il dentista, l’ultimo iPod per la figlioletta adorata. Poi tocca a una «lei» rincarare la dose: promotrice donna, tra le poche presenti: «Sa – bofonchia irritata -tocca a noi spiegare come mai sono andati in fumo i soldi messi in prodotti Aig o Lehman».
Già, il colosso americano delle polizze finito nel ciclone della Grande Crisi e salvato con iniezioni di centinaia di miliardi di dollari, poiché «to big to fail» (troppo grande per fallire), decisivo per le sorti «sistemiche» della finanza globale, leggi Cds, compravenduti per trilioni di dollari.
Mi permetta, mai suoi clienti che dicono? «Abbiamo tamponato le falle, ora il cash lo teniamo in pronti contro termine, rendono poco ma offrono tranquillità. C’è ancora troppa paura verso il rischio». Quindi niente Borse? «Questo no, qualcuno ricomincia a chiedere di tornare sulle azioni, non sono tanti, ma soprattutto vogliono fondi sui Paesi emergenti come Cina, India, diciamo l’Asia in genere e, magari, anche un po’ di Sudamerica».
A convincere poco, semmai, sono proprio i fondi di cui si raccontano meraviglie nel bell’albergo in riva al mare. «Mi creda, quando li offrono a noi è perché il più lo hanno fatto. Si viene qui per tenersi aggiornati, qualche sorriso, ma ai miei clienti non li do. Ci ho messo anni a conquistare la loro fiducia».
Chi lo avrebbe detto? La cena rompe un cliché, quello dei promotori finanziari assatanati solo di commissioni. Ma, in generale come va, intendo il reddito dei promotori, regge alla crisi? «Il mio sì, ma adesso è inutile cercare nuovi clienti, è diventato difficile avvicinarli, non si fidano». All’improvviso al cronista, pur senza taccuino, si avvicina qualcuno: «Mi scusi, ma lei è quel giornalista lì?». Sì, sono quello lì, dica pure…: «Dovrebbe scrivere che andrebbero insegnate l’economia, la finanza e la gestione dei propri risparmi fin dalle scuole elementari. Voi della stampa potreste darci una mano».
Così capisci che chi nella finanza sta più in alto, regolatori compresi, è spesso più indietro di chi sta a contatto con il risparmiatore. Bisogna spezzare una lancia a favore dei promotori, magari non a tutti, ma certamente a quelli venuti qui, in riva al mare.
di Claudio Kaufmann*
Vicedirettore Borsa & Finanza
Articolo pubblicato su Borsa & Finanza di sabato 6 giugno e gentilmente concesso da Editori per la Finanza
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