Azimut, lo chef della finanza Giuliani porta in tavola piatti internazionali

I grandi cuochi sono diventati vere e proprie “star”. Gli italiani si appassionano alle gesta di Carlo Cracco o Davide Oldani quasi di più di quanto seguano le performance dei loro calciatori preferiti. Anche nella finanza italiana che conta ci sono gli “chef” di eccellenza, capaci di interpretare il “gusto” per gli investimenti più azzeccati. Nella “cucina” della finanza del nostro Paese c’è da restare meravigliati, osservando l’andamento borsistico di Azimut. Il titolo del gruppo presieduto e guidato da Pietro Giuliani lo scorso anno ha segnato una performance strabiliante dell’80% circa, risultando la migliore azione del 2012 di Piazza Affari. E la corsa è continuata anche quest’anno, rafforzata da una sempre più massiccia presenza di investitori istituzionali esteri nel capitale. È quindi legittimo chiedere allo “chef” di Azimut quali siano gli “ingredienti” di questa ricetta di successo.

Quali sono i fattori vincenti che stanno portando Azimut sugli scudi in Borsa?
Per prima cosa, servono strategie corrette e la forza di perseguirle avendo però il coraggio di mettersi sempre in discussione e di rompere gli schemi. Cinque anni fa, abbiamo saputo cogliere e interpretare i cambiamenti che erano in atto e abbiamo lavorato in diverse direzioni proiettando il gruppo nel futuro. Anche se alcuni continuano ad avere una percezione errata di quello che Azimut è diventata oggi.

Parliamo nel dettaglio degli elementi- chiave.
Sono diversi gli ingredienti che compongono la nostra “cucina”, sempre più vicina ai “palati più fini”. Anzitutto, un’internazionalizzazione per fornire ai nostri professionisti e ai clienti punti di accesso privilegiati ai mercati mondiali in espansione – emerging markets – e soluzioni innovative pensate e costruite per la clientela italiana. Abbiamo valicato i confini nazionali (prima in Irlanda e Lussemburgo poi in Svizzera, Monaco, Turchia e Cina) e continuiamo a lavorare per espanderci soprattutto nelle aree con più alti margini di crescita come Asia e Sud America.

E oltre la crescita all’estero dove si focalizza oggi il business model?
Abbiamo costantemente rafforzato il wealth management attraverso nuovi progetti e nuovi inserimenti per puntare sempre più al segmento di clientela di fascia alta. Abbiamo innalzato il livello di specializzazione e aumentato la capacità di offrire proposte e servizi concreti ai clienti top con nuovi servizi dedicati e nuovi prodotti quali per esempio i servizi di analisi del portafoglio, d’impresa e per il passaggio generazionale, soluzioni di wealth planning (servizi fiduciari, corporate governance, eccetera), trust, wealth advisory, e altro.

Ma tutto questo, pur importante, non basta. Poi servono pure i prodotti.
Un altro ingrediente tipicamente nostro è rappresentato da un ampliamento dell’offerta con soluzioni che ci permettono di soddisfare tutte le esigenze dei clienti, anche le più sofisticate. Oggi disponiamo di una piattaforma di servizi completa che comprende strumenti altamente specializzati (quali per esempio i Sif), una gamma completa di gestioni patrimoniali e di prodotti assicurativi per la pianificazione successoria e la copertura dei rischi. Abbiamo un’offerta gestionale estesa che comprende un’ampia proposta di fondi di terzi (in cui è investito il 30% delle nostre masse totali) che si articola nel multimanager gestito con il nostro universo di fondi di fondi, nei 19 accordi di distribuzione con le principali società di asset management globali (tra cui per esempio M&G, Pictet, Schroders e Templeton) e nelle polizze unit linked. E in autunno partirà il nostro progetto per la consulenza a pagamento che cercherà di coniugherà il meglio attualmente sul mercato.

E gli altri bisogni del cliente?
In una logica di full outsourcing, soddisfiamo qualsiasi tipo di servizio bancario di cui i nostri clienti necessitano. Oggi, con i nostri due partner, Banco Popolare e CheBanca!, abbiamo più di 70.000 clienti bancarizzati, otto filiali dedicate all’interno delle principali agenzie sul territorio e tutti gli strumenti di pagamento co-brandizzati. E da poco abbiamo firmato un accordo per i finanziamenti con il gruppo Ubs.

Quindi il “piatto vincente” di Azimut è servito sia all’interno sia all’esterno?
Esattamente. Da una parte con una presenza sul segmento della clientela istituzionale dove vogliamo diventare uno dei principali player del settore e raggiungere i 3 miliardi di asset entro i prossimi 30 mesi. Dall’altra, attraverso un continuo e fattivo supporto al lavoro dei nostri promotori, private banker e wealth manager, mediante diverse iniziative commerciali e investimenti per far crescere il loro portafoglio.

Perché tanto interesse degli investitori esteri a entrare nel vostro capitale?
Perché ci applichiamo ogni giorno per mantenere gli impegni presi con i clienti e con i nostri azionisti. Grazie alla fiducia degli azionisti e degli investitori esteri, che rappresentano circa il 95% del flottante, in un anno come il 2012 siamo stati il miglior titolo del Ftse Mib e dall’inizio del 2009 abbiamo performato meglio di tutti (+277%). Evidentemente la nostra è una “cucina” che gli stranieri trovano buona: azionisti inglesi e americani hanno scelto Azimut in Italia preferendo noi a società, anche più grandi, di casa loro o aziende negli emerging markets. Peccato siano pochi gli italiani che hanno saputo cogliere questa opportunità, probabilmente mal consigliati dai nostri concorrenti, bancari e non.

Ingredienti giusti anche nella costruzione dell’organizzazione?
Non c’è dubbio, Un segreto è mantenere la catena di comando corta e stare sul campo, senza paura di esporsi. Come fanno i grandi cuochi che stanno in cucina, anch’io seguo personalmente il business. Bisogna infatti fare e non solo dire agli altri di fare. Ma come tutti i più apprezzati chef, anch’io posso contare su un team di persone che mi affianca: Marco Malcontenti, coamministratore delegato e cfo, e Paola Mungo, direttore generale, si occupano con me dell’alto governo del gruppo, Paolo Martini e Silvano Bramati seguono tutta l’area commerciale, Andrea Aliberti e Stefano Mach rappresentano l’area della gestione nel consiglio della holding, Gabriele Blei e Massimo Guiati seguono lo sviluppo rispettivamente all’estero e in Asia.

Il successo di oggi è sufficiente?
Per niente. Il cuoco è sempre alla ricerca di nuove ricette che inventa e prova. Allo stesso modo operiamo noi con una spinta continua alla sperimentazione e all’innovazione sia nei prodotti – per primi abbiamo permesso agli investitori italiani di investire nella moneta cinese con il fondo Renminbi Opportunities o nei Cat Bond – che negli approcci, come è successo con il progetto dedicato al wealth management che oggi altre reti stanno implementando. Inoltre abbiamo programmi di ampio respiro come le nuove soluzioni di business che stiamo studiando, con una serie di iniziative a supporto degli imprenditori italiani e più in generale del “Sistema Paese”.

Perché la “ricetta” Azimut attrae molti consulenti finanziari?
Perché nella nostra cucina i rapporti umani sono fondamentali: valorizziamo le persone e le loro peculiarità. Rappresentiamo un polo attrattivo per i professionisti più capaci del mondo delle reti e del private banking perché esaltiamo la professionalità e le idee offrendo la possibilità di sviluppare dei progetti propri all’interno di un gruppo multi-rete basato su indipendenza e partecipazione, che mette a disposizione tutte le prOprie competenze, strutture, strumenti. E infine, pur essendo aperti a cucine e ingredienti esteri, siamo fedeli alla connotazione “made in Italy”, perché non snaturiamo quelle che sono le nostre caratteristiche (cucina e ingredienti) italiane. Ricordiamo per esempio che nel novembre del 2011, in un momento di particolare difficoltà dell’Italia, abbiamo lanciato per primi il fondo Solidity, che investe in titoli di Stato italiani e che ha ottenuto una performance del 16,8% dalla modifica delle politiche di gestione avvenuta il 28 novembre 2011.