Guarda chi si rivede: il conflitto di interessi produttore-distributore

QUESTIONE DI GOVERNANCE – Lo sviluppo della consulenza e del risparmio gestito in Italia si inceppa di fronte a un nodo che non è ancora stato sciolto: la proprietà delle aziende e il rapporto produzione-distribuzione. Se ne è parlato lunedì 20 gennaio al convegno “Tutela del risparmiatore e modelli di governance nell’asset management”, organizzato da The Adam Smith Society in collaborazione con Arca sgr, al quale hanno partecipato fra gli altri il presidente della sgr Guido Cammarano, l’a.d. Ugo Loser, il responsabile della divisione studi della Consob Giovanni Siciliano (nella foto) e il membro dell’Esma Securities Markets Stakeholders Group Salvatore Bragantini. Il punto di partenza, definito nell’intervento di Siciliano, è stato il rapporto tra famiglie e risparmio. Dal 2007, ha detto, i privati hanno ridotto notevolmente le loro partecipazioni nei prodotti di risparmio gestito e i deflussi netti sono stati significativi, colpendo soprattutto fondi comuni e prodotti assicurativi. Secondo i dati Consob, l’Italia è dietro Regno Unito, Francia e Germania in termini di asset gestiti dai fondi comuni. E il motivo potrebbe annidarsi nella proprietà delle società di gestione del risparmio, spesso controllate dalle banche.

LA CONSULENZA FINANZIARIA
– Quando i distributori possiedono i produttori, in un sistema integrato verticalmente, i conflitti di interesse sono tutt’altro che remoti. E i clienti possono percepirli ed essere meno disposti a pagare per la consulenza finanziaria che viene loro offerta o anche solo ad acquistare prodotti di risparmio gestito. In un mercato così organizzato, poi, c’è meno spazio per la riduzione dei costi, per l’innovazione e per l’investimento nella qualità dei prodotti. E qui parte il classico circolo vizioso, dal momento che questa situazione scoraggia ancora di più la domanda di consulenza. Inoltre, se i consumatori non sono disposti a pagare per la consulenza, i distributori da dove possono trarre la loro remunerazione? Le commissioni di gestione oggi sono lo standard, ma il mercato così organizzato mette a dura prova la concorrenza e lo sviluppo della stessa consulenza. Ergo, ha concluso Siciliano, resta sottosviluppato o comunque meno dotato di servizi di gestione patrimoniale rispetto al livello che sarebbe ottimale. Ora, la regolamentazione dovrebbe favorire lo sviluppo di un mercato efficiente e favorevole alla consulenza finanziaria e la revisione della Mifid sta andando in questa direzione. Secondo Siciliano, insomma, la consulenza finanziaria indipendente è la chiave per risolvere i punti deboli del mercato. Il dilemma, però, è come far capire in modo convincente agli investitori che il servizio è davvero indipendente. E anche se gli investitori si persuadono, resta aperta una domanda: è un modello di business praticabile, data la forte resistenza a pagare per la consulenza finanziaria?