La ricetta adatta per chi vuole sfruttare la diversificazione valutaria

Acquistare emissioni denominate in monete diverse dall’euro espone sicuramente al rischio di cambio. E quindi al pericolo di perdite. Ma anche di beneficiare di eventuali rivalutazioni. Come arrivare al giusto equilibrio?

FATTORE RISCHIO – La strategia che, spiega la guida “Come investire nel 2015” del Corriere Economia, prevede una presenza di titoli denominati in valuta estera si addice soprattutto a risparmiatori con elevata propensione al rischio. Di norma, questa tipologia di strumenti non viene mantenuta in portafoglio fino all’atto di rimborso. A fronte di incrementi di valore della moneta di riferimento, molto spesso si preferisce estinguere in anticipo l’operazione a suo tempo impostata, incamerando il guadagno prodotto.

LE DIVERSE VALUTE – Se il rapporto di cambio penalizza la valuta estera è opportuno fissare limiti massimi di perdita, solitamente indicati tra il 5 e il 10% del valore dell’investimento. Se quei livelli venissero raggiunti, meglio chiudere. La moneta più scambiata è ancora il dollaro Usa. Buone prospettive anche per gli altri dollari: canadese, australiano e neozelandese. Molto rischioso l’acquisto di rubli. Meno speculativo il rapporto tra euro e real brasiliano. Possibili recuperi da parte delle monete del Nord Europa, corona norvegese e svedese.

PERCENTUALE D’INVESTIMENTO – A livello percentuale quindi, fatto 100 il comparto valutario, l’investimento potrebbe essere: 40% in dollari Usa, 15% in sterline del Regno Unito e stessa quota in dollari canadesi, 7,5% a testa per dollari australiano e neozelandese, 5% pro capite per corone della Norvegia e della Svezia. Marginale l’investimento in real del Brasile e rublo russo, con un 2,5% ciascuno.