Fondi pensione: i 4 rischi della nuova tassazione

Una recente circolare dell'agenzia delle Entrate ha chiarito le modalità di applicazione dell'innalzamento dell'aliquota al 20% sulle performance dei fondi pensione complementari. Da essa sono sorte alcune conferme ed apparenti sorprese, spiega Il Sole 24 Ore. Ecco quali.

1. Titoli di Stato restano al 12,5%
Alcuni sono rimasti sopresi che l’aliquota per i titoli di Stato resti al 12,5% presenti nei portafogli degli strumenti di previdenza complementare. È opportuno invece sottolineare che l'aliquota al 12,5% è già applicata alle plusvalenze finanziarie e non poteva essere altrimenti. Il problema è semmai un altro: i fondi pensione sono infatti indotti ad aumentare l’esposizione in titoli di Stato white list: che significa BTp innanzitutto, Bund tedeschi e Oat ovviamente, ma anche titoli molto più esotici al limite dell’investment grade, fino ai titoli dell’Uzbekistan, su cui i gestori previdenziali possono ottenere rendimenti – oltre che rischi – maggiori e fiscalità sostanzialmente premiante. Invece, azioni di colossi internazionali europei – spesso più solidi di tanti paesi – cadono sotto una tassazione più penalizzante.

2. I rischi della retroattività
In pratica, l'Agenzia delle Entrate precisa che l'incremento della tassazione al 20%, come previsto dalla legge di Stabilità 190/2014, è definito ad anno in corso ma a partire dal primo gennaio del 2014. La violazione dello Statuto del contribuente è evidente e rischia di condurre l'esecutivo verso ricorsi al Consiglio di Stato che potrebbero far vanificare la misura. E di conseguenza il gettito previsto, che in questo modo creerebbe un “buco” di qualche decina di milioni di euro nei saldi di bilancio.

3. Quella tassazione “prociclica”
Le performance degli strumenti dell'“universo investibile” non sono tutte uguali, visto che gli strumenti sono per loro natura differenti. Tralasciando per semplicità di analisi gli strumenti alternativi, la dinamica delle azioni è ben diversa da quella dei titolo di Stato. Per questioni tecniche, i fondi pensione sono disincentivati a mantenere bond e quindi anche titoli di Stato italiani nel loro portafoglio: la Covip, commissione di vigilanza sui fondi pensione, aveva rilevato qualche anno fa che la duration era eccessivamente breve (4 anni) e portava a un turnover eccessivo, con impatti negativi sui costi dei fondi stessi. Quindi, se si potesse non iscrivere a bilancio la quotazione mark-to-market dei titoli di Stato, ma il valore di carico con l'impegno di non vendere fino a scadenza naturale del titolo, i fondi pensione risparmierebbero sul costo di gestione e lo Stato emittente potrebbe contare su un soggetto istituzionale desideroso di prestare di denaro al Tesoro per il medio lungo termine, per esempio su BTp di 10 o 30 anni. A quanto ammonta l'esposizione dei fondi pensione in questi titoli? Poco meno di 30 miliardi di euro.

4. Contribuzione definita e prestazione definita
La circolare dell'Agenzia delle Entrate da cui siamo partiti precisa che l'aliquota al 20% (con l'eccezione al 12,5%) si applica sia agli schemi a contribuzione definita che a quelli a prestazione definita. Ma la loro sostanza è ben differente e ci porta a molti dubbi relativi a entrambe le forme previdenziali. Iniziamo dallo schema a prestazione definita: in questo caso il fondo e per suo conto i gestori sono chiamati a ottenere una performance prestabilita correlata agli impegni (“annuity”) che il fondo pensione deve riconosce agli iscritti; se lo strumento è a ripartizione ciò deve incrociare i flussi di entrata degli iscritti con le prestazioni in essere: troppe uscite con poche entrate dovrebbero (pena il default) portare a innalzare i rendimenti prodotti dalle gestioni previdenziali. Insomma, gli schemi a prestazione definita inducono ad aumentare o ridurre il rischio in base alla platea di riferimento, al flusso contributivo e quindi al momento del mercato del lavoro di riferimento, oltre che agli obiettivi più o meno ambiziosi che i vertici del fondo hanno indentificato come prestazione della propria platea di riferimento. Indicazioni, tutte, che non hanno nulla a che vedere con il momento dei mercati finanziari: se i tassi di mercato sono all'1 o al 5% poco importa allo schema a prestazione definita. Gli schemi a contribuzione definita sono apparentemente più semplici: tanto versi tanto otterrai, tanto guadagni tanto paghi. Ma in questo meccanismo manca il dato fondamentale, l'utilità (target) stessa dell'adesione al fondo: se l'adesione non è finalizzata al raggiungimento di una prestazione di secondo pilastro adeguata alle esigenze individuali, l'operazione non è completa. Versare contributi e farli investire sui mercati non è tutto, manca un progetto consulenziale che indichi al singolo le scelte coerenti con le sue esigenze, attraverso soggetti dedicati (ma esistono soggetti che già svolgono a pagamento questa attività, come i promotori finanziari o gli agenti assicurativi: in conflitto di interessi, però) oppure strumenti automatici, come il lifecycle (con tutti i dubbi dello strumento).