La pericolosa logica del non fare

Per i vertici internazionali dovrebbe essere un momento di decisioni. Non è il tempo adatto per attenderle certe e determinate. Chi governa confida nell’imponderabile che modifichi lo scenario incombente, sconfiggendo la razionalità fisica del piano inclinato, immagine simbolo della crisi dal 2007. Ciò conduce a scenari depressivi, con un impatto sulla disciplina della convivenza sociale. Alcuni profili, fino a poco tempo fa oggetto di attenzione, si attenuano perché la crisi si diffonde.

Lo spread non si amplia perché anche i migliori peggiorano. Il Pil frena o cala in modo diffuso. Le politiche economiche soffrono di spazi di manovra molto stretti. Molti teoremi economici sono sotto scacco operativo. La moneta è abbondante, le asset class non mantengono i trend attesi e qualsiasi investitore desidera rivedere il prima possibile la moneta per sganciarsi dal basso controllo del rischio di ogni investimento.

L’economia sembra assopita, oppure in coma farmacologico, e ciò consente il continuo rinvio della decisione di “operare” scelte definitive. I chirurghi dei sistemi si rifiutano di decidere il giorno dell’intervento, peggiorando il tono muscolare per non guastare gli organi vitali. In tale contesto è inconsueto che singoli Paesi assumano decisioni in proprio. Alcuni “timidi” tentativi giapponesi e statunitensi non hanno profondità, le economie emergenti evidenziano qualche strappo nei loro cicli, i mercati finanziari invertono il loro breve ciclo positivo e gli investimenti decorrelati hanno esaurito la loro spinta.

In aggiunta, la speculazione aggressiva e il volume dei derivati attenuano i loro ritmi, a conferma di un processo di esaurimento fuori linea rispetto alle tradizioni delle economie industriali avanzate. Restano lo sforzo delle aziende più innovative oppure dei segmenti anticiclici e del lusso, i cui volumi peraltro non impattano su Pil in recessione. Ormai in attesa degli eventi autunnali, dobbiamo considerare disperse le opportunità per il 2013. Non sono peraltro individuabili colpe di singoli Paesi (Italia compresa). È la crisi del non fare.