Minibond, un turbo per le pmi. Ma le banche non ci sentono

Il mercato potenziale dei minibond e degli altri nuovi strumenti di finanziamento delle piccole e medie imprese è enorme. Secondo le valutazioni del Cerved, i possibili clienti sono decine di migliaia: almeno 35mila, per tre quarti con un fatturato inferiore ai 25 milioni. Sul fronte dell’offerta, c’è chi parla di una massa tra i 5 e i 10 miliardi, anche se le disponibilità dei fondi di investimento, degli investitori istituzionali e del risparmio privato sembrano più limitate. Al di là del balletto dei miliardi, resta il fatto che lo strumento, “raffinato” dagli interventi dell’esecutivo alla fine del 2013, risponde a un’esigenza tanto sentita quanto urgente.

Non stupiscono, al proposito, le resistenze che il legislatore ha dovuto superare: ancora una volta la Banca d’Italia ha fatto proprie le resistenze del sistema bancario, tra l’altro imponendo vincoli stringenti alle cambiali finanziarie, forse lo strumento più efficace per i finanziamenti a breve, ma che, per questo motivo, rischia di far concorrenza al sistema del credito. Stupiscono di più, a prima vista, le perplessità degli imprenditori. Carlo Bonomi, che è il vice presidente dell’Assolombarda, ha definito in un recente convegno dell’Aiaf (l’associazione italiana degli analisti finanziari) i minibond uno strumento adatto alle medie imprese (dai cento milioni di fatturato in su), ma non ai piccoli. Anche perché le piccole e medie imprese non possono sostenere i costi di bond con rendimenti elevati. Al contrario, è stata la replica di Michele Calzolari, segretario dell’Assosim, le imprese dovranno tenere in debito conto uno strumento che, per la sua durata, consentirà anche ai piccoli di progettare business plan di medio termine, senza l’incognita del fido a revoca.

Per ora non è vero, ha ribattuto Bonomi: finora i promotori hanno proposto contratti in cui si prevede per l’investitore la possibilità unilaterale di richiamare il prestito in qualsiasi momento se si modificheranno le condizioni di mercato. Una clausola contraria allo spirito della riforma, ma che dimostra come siano dure a morire le cattive abitudini, soprattutto per le iniziative che nascono dal ceppo bancario. È importante, insomma, che il fido a revoca, uscito dalla porta, non rientri dalla finestra. Speriamo che il legislatore ne tenga conto. Chi mi conosce sa il mio pensiero: il fido a revoca non dovrebbe esistere. Lo sostengo, inascoltato, da diversi anni.

La riforma è molto importante, sia per le esigenze attuali delle imprese sia per il valore “didascalico” di un sistema in cui l’imprenditore sappia farsi carico di nuove responsabilità, emancipandosi dalla comoda, ma costosa e pericolosa, tutela delle banche. La speranza è che il signor Brambilla, una volta abituatosi alla disciplina dei minibond (che avranno a disposizione un preciso segmento del mercato finanziario) si decida a fare un passo in avanti, approdando al mercato Aim. Ma per raggiungere il traguardo della mini-Borsa all’onor del mondo il nostro Brambilla credo debba prima adeguare di tasca sua il patrimonio dell’impresa. Attraverso questi tre interventi – capitale dell’imprenditore, capitali di terzi e minibond – si metterà l’azienda in sicurezza e nelle condizioni di svilupparsi.