Quando Giorgio Gaber canta che la libertà non è star sopra un albero, bensì partecipazione, e quando chiarisce che vorrebbe essere libero, libero come un uomo, nella forma poetica del verso che si traduce in canzone, fa propria un’idea di individuo e di società intorno alla quale il filosofo austriaco, poi naturalizzato britannico, Karl Popper, ragionava già da oltre 30 anni. Un pensiero quanto mai attuale, il suo, e su cui conviene tornare nel ventennale della sua morte.
Va detto con franchezza che l’originalità delle sue riflessioni ha dovuto fare i conti con un secolo, il Novecento, che ha preferito seguire altre strade, con il risultato tragico dell’edificazione di Forme-Stato dove la natura dell’uomo veniva sequestrata a tutto vantaggio di visioni collettivistiche. Fu quella la lunga stagione dei totalitarismi, che hanno annichilito gli spiriti liberi. E Popper aveva sapientemente lanciato l’allarme, lui che affermava il valore della persona e della società aperta. Per questa sua coraggiosa battaglia di pensiero ha vissuto un pressoché totale oscuramento per tanti, troppi anni.
In un Occidente dove i maggiori intellettuali idealizzavano “il sol dell’avvenire” quasi non poteva avere diritto di cittadinanza un raffinato filosofo che si ergeva a difensore della democrazia e del liberalismo, di uno Stato che fosse il più possibile leggero e che venisse a favorire aggregazioni libere, che lui definiva sotto-società libere di una società allargata, plurale e tollerante. Un vero e proprio anticorpo allo strapotere della mentalità accentratrice. Poi abbiamo visto come è andata a finire la storia: i totalitarismi sono finiti a rotoli lasciando macerie non ancora portate via del tutto.
Tuttavia, la lezione di Popper continua a essere una sana provocazione e una proposta di assoluta pertinenza anche per l’oggi. Infatti, una visione liberale della vita incontra molti ostacoli. Pensiamo alla nostra Italia. Ebbene, è un Paese che sfido chiunque a definire liberale: il cittadino non è mai messo nelle condizioni di poter costruire qualcosa di utile a sé e agli altri; la giustizia è quella che è; lo Stato, anziché fare un passo indietro operando una dieta dimagrante quanto mai necessaria, scova sempre l’occasione buona per alimentarsi. Ecco allora che la persona è piuttosto un suddito e sappiamo bene che dove ci sono i sudditi la democrazia è perlomeno monca se non addirittura inesistente. Nel Belpaese prevale un pensiero burocratico, stagnante, autocelebrativo. Un impianto ideologico che permane forte, assai ramificato, conveniente per chi ne beneficia (e sono parecchi, più di quelli che siamo portati a immaginare).
Ciò non vuol dire alzare le mani, chiamarsi fuori, stare sopra un albero, per dirla alla Gaber. Perché la società libera è sempre una conquista: nessuno te la regala. La mia esperienza di liberale incallito mi porta a riconoscere che solo “facendo”, innervando la realtà con iniziative creative che guardino al bene comune, è possibile scalfire la mentalità dominante, sempre e comunque, statalista. Perciò è fondamentale riconoscersi e lavorare nella direzione della società aperta e partecipare “con giudizio” alla sua costruzione. Tenendo in gran conto Popper, che ho sempre riportato nei miei scritti degli ultimi anni, e la sua raccomandazione liberale (invisa agli storicisti): “la società aperta è chiusa solo agli intolleranti”. Lunga vita a Popper!