Si avvicina la scadenza per decidere in merito alla riforma delle pensioni e sulle norme da inserire nella Legge di Stabilità 2016. L’orientamento del governo, spiega InvestireOggi.it, sembra essere quello di limitarsi ad interventi contenuti rimandando le modifiche strutturali al prossimo anno.
LA SETTIMA SALVAGUARDIA – La flessibilità in uscita dovrebbe, quindi, essere limitata a donne e disoccupati per cercare di tamponare le due emergenze maggiori che sono emerse dalla riforma Fornero. Le soluzioni allo studio del governo dovrebbero riguardare una settima salvaguardia per gli esodati, che potrebbe estendersi anche a coloro che hanno perso l’occupazione dopo il 2011 e una proroga all’opzione donna. Si attende, già nella prossima Legge di Stabilità, l’approvazione della settima salvaguardia che dovrebbe tutelare i lavoratori che hanno perso l’occupazione entro il 2011. Per evitare i nuovi esodati, però, la misura si potrebbe estendere anche ai lavoratori che hanno perso il lavoro tra il 2012 e il 2015 che non rientrano nel campo di azione delle salvaguardie, magari con uno strumento strutturale che accompagni tali lavoratori al momento della pensione.
FLESSIBILITA’ IN USCITA – Il governo, per quel che riguarda, invece, la flessibilità in uscita, non riesce a trovare un accordo con il ministero dell’Economia che è preoccupato per i costi che un qualsiasi intervento potrebbe portare. Proprio per questo motivo la flessibilità in uscita potrebbe uscire, come aveva già annunciato il ministro Padoan, dalla Legge di Stabilità ed essere rimandata al prossimo anno. Dopo un approfondimento, infatti, si potrebbe intervenire con un disegno di legge mirato soltanto alle pensioni.
LE IPOTESI DEL GOVERNO – L’ultima ipotesi di flessibilità avanzata da Palazzo Chigi, prevedeva un uscita con almeno 63 anni e 7 mesi di età e 35 anni di contributi con una penalizzazione del 4% per ogni anno di anticipo e una riduzione dell’assegno massima del 12%. L’intesa con il Mef potrebbe essere raggiunta anche con il prestito pensionistico poiché in questo caso i costi del cambiamento graverebbero interamente su azienda e lavoratori.