L’Agenzia delle Entrate può entrare “tranquillamente” nei conti correnti cointestati, come quello dei coniugi, per accertare se uno dei due titolari del rapporto finanziario nasconde qualcosa al Fisco, per accertare maggiori redditi imponibili desumibili da indagini finanziarie, senza dover disporre di alcuna prova.
LE PROVE – Lo ha stabilito la Cassazione con la sentenza dell’8 maggio, precisando anche che spetta al contribuente provare che le somme movimentate sui conti oggetto di indagine sono state da lui calcolate nella determinazione del reddito imponibile o che per legge tali cifre non avrebbero dovuto essere sottoposte a imposte. Le Entrate possono basare i propri controlli sui dati che risultano dai movimenti bancari acquisiti come risultati di indagini finanziarie tranne se il contribuente dimostra "che ne ha tenuto conto per la determinazione del reddito soggetto ad imposta o che non hanno rilevanza allo stesso fine". E in riferimento ai prelievi di denaro, il contribuente indichi il soggetto beneficiario.
NESSUN LIMITE – Il testo della norma, tuttavia, non individua "alcuna limitazione dell’attività d’indagine, volta all’accertamento della evasione fiscale, ai soli conti correnti bancari e postali ed ai libretti al deposito intestati esclusivamente al soggetto contribuente, in quanto… una tale limitazione verrebbe illogicamente ad escludere lo scopo della stessa previsione normativa". Insomma adesso i nostri conti saranno passati ai raggi x del Fisco.