Rendite finanziarie: la nuova aliquota penalizza i piccoli azionisti

SOCI QUALIFICATI E NON – L’ultimo annuncio del governo Renzi sull’aumento dell’aliquota sulle rendite finanziare dal 20 al 26% potrebbe scontentare i piccoli azionisti. Secondo quanto scrive Il Sole 24 Ore, sonono infatti quest’ultimi a pagare molto di più di quelli grandi. La vigente normativa prevede infatti la distinzione tra soci qualificati e non. Nelle società per azioni i primi sono quelli titolari di oltre il 20% dei diritti di voto nell'assemblea ordinaria, percentuale che scende al 2% nelle società quotate. I soci non qualificati pagheranno, secondo le indicazioni del consiglio dei ministri di ieri, il 26% sul dividendo, mentre i soci qualificati dovrebbero continuare a far concorrere al loro reddito personale il 49,72% del dividendo.

IL PESO FISCALE – Su un dividendo di 1.000 euro lordi, quindi, il socio non qualificato paga 200 (il 20% di 1.000) e quello qualificato, ad esempio, o 114,39 (1.000×49,72=497,2 x aliquota minima Irpef 23%) o 213,8 con l'aliquota massima del 43%. Con l'annunciato aumento della ritenuta al 26%, il socio non qualificato, cioè il piccolo azionista, pagherà 260 euro di ritenuta su un dividendo di 1.000, cioè il 22% in più di quanto paga il socio qualificato ad aliquota massima dell'Irpef (213,8 euro).

IL COSTO DELL’IRES – Già con la ritenuta al 20% il socio non qualificato pagava di più di quello qualificato sino al penultimo scaglione dell'imposta personale, mentre con l'aumento della ritenuta andrà sempre oltre l'aliquota massima anche per un modesto dividendo, conclude Il Sole 24 Ore. Senza contare il costo per la partecipazione al reddito delle società che pagano la Robin Tax, cioè un'Ires al 38%. In queste ipotesi la doppia tassazione del piccolo azionista è ancora più significativa.